Eccoci in viaggio, uno come tanti, sulla fune tesa tra lo strapiombo della realtà e quello dell’immaginazione. Facciamoci accompagnare da un buon libro, uno che ci distolga dalla nostra meta ordinaria, che sia il luogo di lavoro o di studio, e da questi “limbi urbani” che sono le stazioni, spazi di uso e di passaggio dove viviamo sospesi: quale scelta migliore di Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi, dove l’essenza del vagabondare la si percepisce in ogni pagina.

In ogni parte di questo libro si cela l’anima di ogni città, l’atmosfera che si percepisce è permeata di misticismo, un po’ come ne Le città invisibili di Italo Calvino: questa El Cairo per esempio, questi incredibili paesaggi esistono davvero su questo mondo, oppure sono presenti solo negli occhi dello scrittore, nella mente di un sognatore? Tutti i profumi e le spezie invadono il vagone del treno, sprigionati dalle pagine del libro, che si tratti di caffè turco, tè o carcadè; o il chiles, un peperoncino messicano chiamato anche “maledizione di Montezuma”, di cui esistono mille varietà, tante quanti i volti dell’uomo; e il habanero, il “Pontifex Maximus” della cucina messicana che “raggiunge l’allarme radioattivo”, così forte è il fuoco che riesce a sprigionare sulle papille gustative. Un mondo che si scopre pagina dopo pagina.

Non lasciatevi ingannare però: non si tratta di una lettura di elogio del mondo, non è così sterile il pensiero dell’autore: l’ironia e la sagacità che usa per descrivere le situazioni più disparate fanno l’occhiolino al lettore che capisce, si crea questa sorta di complicità. Prendiamo come esempio il capitolo I Robinson: siamo nella città coloniale di Mérida nello Yucatàn, una meta turistica commerciale ambita dai Robinson, i turisti che ricercano il divertimento facile e stereotipato, di cui Tabucchi fa una parodia descrivendo la loro “danza frenetica in cui offrono il corpo al Dio del Turismo Globale”; tratto caratteristico di un Robinson è anche la passione sfrenata per la fotocamera, alla quale “stanno attaccati come gli indigeni agli ossi dei progenitori”.

Non vi sono solo paesaggi, architettura e cucina in questo libro, ma anche aneddoti storici che riescono a commuovere il lettore, come nel capitolo su Kyoto, in  cui la poesia di Wislawa Szymborska descrive come è stata salvata questa città dalla distruzione della bomba nucleare, grazie all’intervento di un amatore di antichità, “che in momento decisivo/al tavolo delle conferenze/esclamò/ che in fondo ci sono tante città peggiori-/e d’improvviso scoppiò in lacrime/sulla sua sedia.//Così si salvò Kyoto/decisamente più bella di Hiroshima.”

“Che cosa c’è di meglio per i turisti quali siete, e forse siamo tutti turisti a questo mondo, di pensare per un momento che non siamo turisti?”. Il mondo è come una casa, e ogni stanza ha le sue sorprese che scopri solo una volta aperta la porta, o sulla prossima pagina di questo libro.

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