Noi de L’oppure siamo nati dagli anni Novanta in poi e quello che successe quella sera e nei mesi successivi non lo abbiamo di certo vissuto. Lo abbiamo però appreso attraverso i racconti, le fotografie, le voci di chi c’era. Storie che ci hanno segnato e che ci hanno consegnato un’eredità preziosa: l’orgoglio di un popolo che seppe rialzarsi e far rialzare la propria terra.
La sera del 6 maggio 1976, alle 21.03, il Friuli venne colpito da una delle più devastanti calamità della sua storia recente: il terremoto del Friuli del 1976. L’epicentro si trovava nell’area montana a nord, ma le conseguenze si fecero sentire con forza anche nella Destra Tagliamento. Anche qui, pur senza i crolli catastrofici delle zone più vicine all’epicentro, la scossa lasciò un segno profondo nella memoria collettiva.
A differenza delle aree montane dove interi paesi furono devastati, Pordenone resistette meglio all’urto del sisma. Tuttavia, i danni furono tutt’altro che trascurabili. Il centro cittadino rimase in piedi, ma molti edifici riportarono lesioni gravi. Cornicioni crollati, rivestimenti marmorei precipitati dalle facciate, muri lesionati: soprattutto i condomini costruiti durante il boom economico degli anni ’50 e ’60 mostrarono tutta la loro vulnerabilità. In diversi casi, i tamponamenti in mattoni dei piani superiori si sbriciolarono, lasciando esposti interni domestici e uffici come in una scenografia improvvisamente scoperchiata.
Nonostante la violenza della scossa, si registrarono soprattutto feriti lievi e moltissime persone sotto shock. Dati i crolli parziali, nessuno fu travolto dai detriti nelle strade. Un dettaglio che molti dovettero interpretare come un vero e proprio miracolo.
Quella notte doveva essere stata senz’altro dominata dall’incertezza. Senza comunicazioni efficaci, con le linee telefoniche intasate e i centralini fuori uso, solo verso lo Spilimberghese si iniziava a intuire la reale dimensione della tragedia.
All’alba del 7 maggio, la luce del sole rivelò ciò che il buio aveva nascosto: interi paesi friulani distrutti, centinaia di vittime, migliaia di sfollati. Il bilancio finale fu drammatico: in tutta la regione si registrarono circa mille morti, duemila feriti e danni per migliaia di miliardi di lire.
Se la prima fase fu segnata dallo smarrimento, nei giorni successivi emerse con forza la capacità di reazione della popolazione friulana. Anche nel pordenonese si diffuse uno spirito riassunto da un’espressione diventata celebre: “fasìn di bessôi” – “faremo da soli”. Questa determinazione era una esplicita volontà a non arrendersi. Lo Stato intervenne rapidamente, anche grazie all’azione del commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, che coordinò i soccorsi e pose le basi per una ricostruzione efficiente.
La Destra Tagliamento, pur meno devastata, partecipò pienamente allo sforzo collettivo. La ricostruzione fu ben organizzata e basata su alcune scelte decisive: ricostruire nei luoghi originari, rilanciare subito le attività produttive e creare un clima di collaborazione tra istituzioni e cittadini. Il “modello Friuli” aveva appena cominciato a muovere i suoi primi passi.
A Spilimbergo il terremoto colpì con particolare durezza. La scelta fu quella di preservare l’identità storica della città, adottando tecniche di consolidamento antisismico capaci di rispettare le strutture originarie. Il Duomo, gravemente danneggiato, venne restaurato grazie all’impegno della Sezione Ana locale e al contributo dei cittadini, tornando a essere pienamente fruibile nel 1979.
A Meduno i danni furono molto estesi: numerose abitazioni risultarono distrutte o inagibili e il centro storico subì compromissioni profonde. Per mesi gran parte della popolazione visse fuori dal paese, in strutture provvisorie. Qui l’effetto più evidente fu lo svuotamento temporaneo del tessuto sociale: attività chiuse, scuole trasferite, vita comunitaria sospesa. La ricostruzione, lenta ma capillare, portò in seguito a un progressivo ripopolamento, accompagnato però da un assetto urbanistico in parte diverso da quello originario.
Anche Tramonti di Sotto, Tramonti di Sopra e Claut mostrarono con chiarezza cosa significò il sisma per le aree montane: l’isolamento geografico. Le strade danneggiate e le difficoltà di accesso rallentarono l’arrivo dei soccorsi e dei materiali necessari alla ricostruzione. In questi contesti la popolazione dovette inizialmente contare soprattutto sulle proprie forze, rafforzando un modello di gestione locale dell’emergenza in cui i comuni ebbero un ruolo centrale nell’organizzazione degli aiuti e nella pianificazione degli interventi.
Quando sembrava che il peggio fosse passato, una nuova violenta scossa colpì la regione il 15 settembre 1976. Anche a Pordenone la paura tornò improvvisamente, spingendo migliaia di persone a lasciare temporaneamente la città per rifugiarsi sulla costa, in località come Bibione, Caorle e Jesolo. Quella scossa segnò la fine della fase più acuta dell’emergenza, ma accelerò ulteriormente i processi di ricostruzione.
Non è un segreto che il terremoto del 1976 abbia rappresentato, oltre la tragedia, una vera prova collettiva. Nel giro di pochi anni il Friuli – e con esso il Pordenonese – non solo rimarginò le ferite del sisma, ma seppe reinserirsi con decisione nel sistema produttivo del Nord‑Est, restando uno dei motori economici più dinamici del Paese.
Anche nella Destra Tagliamento il terremoto lasciò un segno profondo nel modo di intendere la comunità, il lavoro e il rapporto con il territorio. Ancora oggi il ricordo di quella notte vive nei racconti di chi, allora giovane o adulto, la visse in prima persona; nei segni urbani che ne conservano la memoria; nella consapevolezza di una fragilità che convive con una straordinaria capacità di ricominciare.

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