Per secoli, a Pordenone, il protestantesimo fu poco più di un’eco lontana. Dopo i timori suscitati dalla Riforma del Cinquecento, la città sembrava aver cancellato quasi ogni traccia evangelica. Eppure, all’inizio del Novecento, qualcosa cambiò. In una provincia ancora profondamente cattolica nacque una piccola ma combattiva comunità battista, capace di costruire un proprio tempio, attirare fedeli, organizzare conferenze pubbliche e persino entrare nella vita politica cittadina.

È una vicenda poco conosciuta, ma significativa che racconta non solo l’arrivo di nuove idee religiose in Friuli, ma anche le trasformazioni sociali di una Pordenone che stava diventando città industriale, attraversata da operai, tecnici stranieri, fermenti culturali e nuovi conflitti ideologici. La storia della Chiesa battista pordenonese è dunque una finestra privilegiata sulla modernizzazione della città.

Secondo gli studi disponibili, la Riforma protestante lasciò nel territorio pordenonese tracce molto limitate. Già alla fine del Cinquecento il fenomeno appariva quasi esaurito dagli effetti della Controriforma. Ad esempio, nel 1584 il vicario di Aquileia poteva infatti affermare che a Spilimbergo — dove pure gli “eretici” erano stati numerosi — restavano soltanto «qualche reliquia e scintilla».

Per oltre due secoli il protestantesimo rimase sostanzialmente marginale. La situazione mutò soltanto verso la fine dell’Ottocento, quando a Pordenone comparve una piccola Comunità Evangelica Battista. La sua nascita probabilmente non fu casuale. In quegli anni la città stava vivendo una forte crescita industriale, soprattutto nel settore tessile, e attirava tecnici specializzati provenienti dall’estero, inclusi alcuni svizzeri protestanti. È plausibile che proprio questi lavoratori abbiano sentito la necessità di creare un luogo di culto autonomo, sostenuti anche economicamente da reti evangeliche internazionali. La religione, in questo caso, seguiva i movimenti dell’industria e del lavoro.

L’evangelizzazione organizzata a Pordenone viene fatta risalire al 1870, anno dell’Unità d’Italia. Tuttavia, la svolta decisiva arrivò soltanto nel 1902 grazie alla visita del pastore fiorentino Luigi Mario Galassi, figura energica dell’Unione Cristiana Apostolica Battista d’Italia.

La sua presenza in città fu quasi accidentale. Pordenone non rientrava nei suoi itinerari ufficiali, ma il 19 novembre 1902 egli decise comunque di fermarsi per predicare. Trovò una comunità piccola, disordinata e abbandonata a sé stessa da quasi un decennio, ma anche sorprendentemente viva: circa cento persone parteciparono all’incontro e ascoltarono il predicatore con attenzione.

Da quella visita nacque un progetto più ambizioso. Nell’agosto 1903 la missione battista italo-americana inviò a Pordenone il giovane pastore Giuseppe Angeleri, appena uscito dalla Scuola Teologica Battista. Fu lui a organizzare la prima vera struttura ecclesiastica stabile.

Il 20 settembre 1903 venne inaugurata la prima sala pubblica di evangelizzazione. La comunità aveva allora numeri ridotti — nove membri effettivi e pochi catecumeni — ma possedeva una forte energia organizzativa. Angeleri istituì scuole domenicali, incontri religiosi e attività formative. La nuova chiesa cercava di radicarsi nella società cittadina attraverso una presenza costante e visibile.

L’attività battista non passò inosservata. Nel marzo 1904 Angeleri tenne una conferenza pubblica davanti a oltre cinquecento persone. L’incontro nasceva come risposta alle accuse rivolte contro Lutero, Calvino e il protestantesimo da alcuni predicatori cattolici quaresimali. La polemica religiosa, all’epoca, era parte integrante della vita pubblica. Le conferenze diventavano momenti di dibattito civile oltre che spirituale. I battisti cercavano di presentarsi come una confessione moderna, colta e aperta al confronto.

Nel settembre 1904 la comunità si trasferì in una sede più ampia in corso Garibaldi. La crescita era lenta ma continua. Nuovi battesimi, nuove adesioni e una crescente curiosità cittadina consolidarono la presenza evangelica.

Nel 1905 arrivò a Pordenone il pastore Donato Stanganini, ex frate cappuccino convertitosi al protestantesimo. Figura carismatica e combattiva, Stanganini diede nuovo impulso alla comunità. Durante il suo ministero due membri battisti vennero persino eletti consiglieri comunali: un segnale dell’integrazione raggiunta dal gruppo.

La convivenza religiosa, tuttavia, non fu sempre pacifica. Nella notte di Natale del 1907 alcuni giovani legati al Circolo cattolico di San Luigi vandalizzarono la chiesa battista, sfondando porte e vetrate. L’episodio suscitò scandalo e i responsabili furono rapidamente identificati e condannati. Ma proprio quella vicenda contribuì paradossalmente a rafforzare il clima di tolleranza cittadina. I battisti stessi iniziarono a descrivere Pordenone come un’eccezione nel Veneto dell’epoca, una città più aperta al confronto religioso rispetto ad altri centri della regione.

La differenza apparve evidente durante una conferenza del sacerdote modernista Romolo Murri. A Sacile il religioso fu accolto da proteste violente; a Pordenone, invece, poté parlare davanti a un teatro gremito e ricevette applausi. Per i battisti ciò rappresentava la prova di una maturazione civile della città.

La definitiva consacrazione della comunità arrivò con la costruzione del proprio tempio. Il terreno in viale Grigoletti fu acquistato nel 1912 e i lavori iniziarono l’anno successivo grazie anche ai finanziamenti della missione battista americana. L’inaugurazione avvenne il 21 dicembre 1913. Per la Pordenone dell’epoca il nuovo edificio rappresentava qualcosa di inconsueto: un tempio evangelico stabile, elegante e moderno.

Lo sviluppo della comunità venne bruscamente interrotto dalla Prima guerra mondiale. Molti giovani battisti partirono per il fronte e durante l’occupazione austro-ungarica il tempio subì devastazioni e saccheggi. Andò perduta anche la cronistoria originale della chiesa.

Terminato il conflitto, il pastore Giovanni Ambrosini tornò a Pordenone e si occupò della ricostruzione materiale e spirituale della comunità. Il tempio venne riaperto nel novembre 1919 grazie anche agli aiuti provenienti dagli Stati Uniti. Negli anni successivi la guida passò al pastore Emilio Luginbuhl, che rimase in carica per oltre vent’anni, attraversando il periodo fascista e la Seconda guerra mondiale. Anche dopo il 1945 la comunità riuscì a sopravvivere, sostenuta temporaneamente da soldati evangelici anglo-americani presenti in città.

La storia della Chiesa battista di Pordenone, per quanto riguardi una confessione religiosa minoritaria, parla anche di industrializzazione, migrazioni, modernità e pluralismo culturale. In questo si rileva la capacità di una piccola comunità di inserirsi nel tessuto cittadino senza rimanerne isolata. Attraverso scuole, conferenze, dibattiti pubblici e iniziative culturali, i battisti contribuirono — nel loro piccolo — alla costruzione di uno spazio civile più aperto.

E oggi, passando davanti al tempio di viale Grigoletti, pochi immaginano che dietro quella facciata si nasconda una delle pagine più insolite della storia religiosa di Pordenone.


Per approfondire:

  • Andrea Benedetti, La Chiesa Evangelica Battista di Pordenone, in “Il Noncello”, 21 (1963), pp. 31-38.
  • Enzo Pagura, La colonia “svizzera”-protestante di Pordenone e la creazione nel 1843 del cotonificio Alfred Rivail in Largo San Giovanni, Tipografia Sartor Pordenone, Pordenone, 2006.