Quante volte ci siamo passati davanti senza sapere cosa fosse? Per i più giovani – millennials compresi – quell’elegante edificio che si affaccia su via Cesare Battisti, proprio alle spalle del Teatro Verdi, è sempre stato un mistero. Da decenni appare chiuso, silenzioso, inutilizzato. Eppure, negli anni del boom economico rappresentava uno dei luoghi più moderni e tecnologicamente avanzati della città. Si tratta dell’ex sede della Società Telefonica delle Venezie (TELVE), costruita tra il 1949 e il 1952 per ospitare la nuova centrale telefonica di Pordenone.

Nel secondo dopoguerra il telefono stava diventando uno strumento sempre più importante per cittadini, imprese e amministrazioni. La vecchia sede della Società Telefonica delle Venezie non era più sufficiente e si rese necessario realizzare un edificio capace di ospitare una moderna centrale automatica, destinata a migliorare sensibilmente il servizio telefonico cittadino.

La scelta cadde su un’area particolarmente strategica, vicina alla centrale già esistente. Tuttavia, questa decisione ebbe anche un prezzo: per costruire il nuovo edificio vennero sacrificati alcuni elementi storici della città, tra cui la vecchia pescheria comunale e un tratto della Roggia dei Mulini con lo storico Ponte de le Muneghe, cancellando una parte del paesaggio urbano che per secoli aveva caratterizzato quel quartiere.

Il progetto venne affidato nel 1949 all’architetto pordenonese Giovanni Donadon (1924-2018) e all’ingegnere Mario Marzin (1901-1977).

Pur essendo destinato a una funzione puramente tecnica e amministrativa, il palazzo fu progettato con grande attenzione all’aspetto architettonico. L’edificio, a pianta rettangolare, si sviluppa su tre piani fuori terra oltre a un livello seminterrato, sfruttando il naturale dislivello del terreno.

Il prospetto principale, rivolto verso via Cesare Battisti, è senza dubbio l’elemento più riconoscibile. L’ingresso centrale è incorniciato da una grande griglia quadrata in cemento che si sviluppa fino al secondo piano, diventando il tratto distintivo dell’intera facciata. Ai lati, due serie simmetriche di finestre scandiscono il ritmo dell’edificio, mentre il piano attico, leggermente arretrato, ospitava due logge appartenenti all’appartamento del custode.

Anche i materiali raccontano la cura progettuale: la struttura in calcestruzzo armato è rivestita in pietra sul fronte principale, dove lesene e pilastri accentuano la verticalità dell’edificio, mentre gli altri prospetti sono semplicemente intonacati, secondo una logica che riservava maggiore rappresentatività al lato rivolto verso la città.

All’interno trovavano posto tutte le funzioni essenziali della rete telefonica dell’epoca. I primi due piani ospitavano gli uffici amministrativi, le cabine telefoniche pubbliche, la centrale automatica e quella interurbana, oltre agli spogliatoi per il personale. All’ultimo piano si trovava invece l’abitazione del custode, figura indispensabile in un edificio che doveva garantire il funzionamento continuo degli impianti.

Per diversi decenni il palazzo fu il cuore delle comunicazioni telefoniche di Pordenone, accompagnando la trasformazione della città durante gli anni della ricostruzione e del miracolo economico. Oggi il Palazzo della TELVE è dismesso a causa di una radicale rivoluzione tecnologica e di complesse vicende immobiliari. Inizialmente l’edificio ospitava enormi e pesanti centrali elettromeccaniche, uffici per gli abbonati e sale per i centralini manuali, tutte funzioni che richiedevano spazi imponenti. Con il passaggio a SIP e poi a Telecom Italia, l’avvento della digitalizzazione ha azzerato queste necessità: gli apparati d’epoca sono stati sostituiti da microchip e server più piccoli, svuotando progressivamente il palazzo di macchinari e personale.

Divenuto ormai inutile per la moderna rete telefonica, lo stabile è stato venduto e inserito nei circuiti delle grandi cartolarizzazioni immobiliari; da allora è passato di mano tra fondi d’investimento e privati, rimanendo in attesa di una complessa e costosa riconversione, sebbene nel 2021 la sua facciata su piazzetta Pescheria sia stata in parte “rianimata” grazie a un grande murale dedicato al mondo dello spettacolo.

Ciononostante, esso rimane uno degli esempi più interessanti dell’architettura pubblica del secondo dopoguerra a Pordenone, capace di coniugare funzionalità e ricerca estetica.


Articolo tratto da:

  • Moreno Baccichet, Andrea Catto, Paolo Tommasella (a cura di), Pordenone Novecento. Guida alle architetture, Pordenone, Giavedoni, 2016.