Nel corso dei secoli, nel territorio pordenonese il giorno di Ognissanti non aveva l’aspetto severo e silenzioso che oggi siamo abituati ad associare a questa ricorrenza, tantomeno era caratterizzato soltanto dall’andare a trovare i propri cari al cimitero. Era piuttosto un intreccio di memoria, ritualità e convivialità, un momento in cui vivi e morti sembravano condividere lo stesso spazio attraverso gesti simbolici, cibi rituali e suoni che scandivano la giornata.

Uno degli usi più significativi era la distribuzione del pan de sinquantin, un pane speciale offerto a bambini e poveri. Non si trattava soltanto di carità cristiana, ma di un gesto che ribadiva l’unione della comunità intera, ponendo i più umili al centro di un legame ideale tra vivi e defunti.

Le campane avevano un ruolo fondamentale: suonavano fino a mezzanotte grazie ai coscriti, che ricevevano in cambio vino e castagne dal parroco. Dopo poche ore di silenzio, i rintocchi riprendevano alle tre del mattino, in un’atmosfera sospesa tra devozione e fatica collettiva. Tutti partecipavano, senza distinzioni: chi non poteva, delegava un vicino, e anche le donne si alternavano a tirare le corde.

Il pomeriggio era segnato dalla processione al cimitero, momento solenne di contatto diretto con i defunti. Al ritorno, però, la serietà lasciava spazio alla convivialità: castagne bollite con finocchio e alloro, vino nuovo, ravi lessi e i caratteristici biscotti ossi de mort, che evocavano con la loro forma la fragilità e la memoria delle ossa.

Dentro le case, la dimensione rituale continuava. Le famiglie recitavano i rosari dopi, una forma estesa di preghiera che spesso coinvolgeva anche i parenti. Mentre le castagne cuocevano, il capofamiglia guidava il rosario de quindese stanze, tre corone che saldavano fede e quotidianità.

Forte era anche la credenza che i defunti tornassero a visitare le case. Per accoglierli, si lasciava la porta socchiusa, o una finestra aperta. La tavola rimaneva apparecchiata con gli avanzi della cena, bucce di castagne comprese, e in alcuni casi veniva lasciato un piatto di minestra apposta per loro. La partecipazione invisibile dei morti al banchetto dei vivi era data per certa.

Intorno al focolare si rispettavano regole precise: la catena non doveva restare penzoloni, pena il tormento delle anime del Purgatorio. Trascinarla per le strade era invece considerato un modo per alleviarne le pene, purché non si tornasse indietro sullo stesso percorso.

Persino il camminare assumeva un senso diverso: ci si muoveva ai lati della strada, lasciando il centro libero ai defunti, che si pensava percorressero invisibili le vie del paese: no sta traversà la strada parché son i muart che i passa! Per lo stesso motivo, attraversare le strade di notte era considerato rischioso durante tutto l’anno.

Dopo la mezzanotte vigeva un tabù: non uscire e non avvicinarsi al cimitero. Si credeva infatti che in quell’ora i morti tenessero la loro processione notturna, guidati dall’ultimo defunto della comunità con la croce in spalla. Si diceva che i morti cantassero: Quando gerimo vivi – caminavamo per i curtivi – e adesso che semo morti – caminemo par i orti.

Una leggenda poi ammoniva i trasgressori: un giovane, sfidando il divieto, fu trovato impiccato ai cancelli del camposanto.

Infine, il cibo chiudeva il cerchio della giornata. La tavola si arricchiva di polenta, tocio, riso con pollo a mezzogiorno, anatra la sera. La varietà dei piatti raccontava la doppia anima della ricorrenza: ricordare i defunti e, allo stesso tempo, celebrare la vita che continuava.

Il giorno dei morti, dunque, era un tempo sospeso, dove il confine tra mondi si faceva poroso e la comunità intera viveva un dialogo fatto di campane, sapori, racconti e silenzi. Una tradizione che univa pietà, superstizione e festa, e che ci ricorda come il rapporto con la morte sia sempre stato, in fondo, anche un modo di celebrare la vita.

 


Per approfondire:

  • Elvia e Renato Appi, Tradizioni popolari nella zona di Pordenone, in Luigi Ciceri (a cura di), Pordenon. XLVII Congresso della Società Filologica Friulana, 20 settembre 1970, Udine, 1970, pp. 230- 272.