Immagina di fare un salto indietro nel tempo, tra castelli fortificati, guerre spietate e alleanze audaci: il Friuli e il Veneto del Medioevo erano un mosaico di potere, intrighi e ambizioni familiari. Tra questi scenari, la famiglia dei da Prata si distingue per coraggio, astuzia e un’influenza che si estendeva dai fiumi alle città, dai feudi ecclesiastici ai palazzi dei signori locali. Dalla fondazione di Portogruaro alle battaglie contro patriarcati e repubbliche, la loro storia è un’avventura che mescola diplomazia, guerra e le vite intense di uomini e donne pronti a tutto pur di difendere il loro dominio. Questo è il racconto di come i da Prata abbiano lasciato un’impronta indelebile nella storia, tra gloria, sconfitte e intrighi degni di una serie TV.

Il primo membro del casato di cui abbiamo notizia è Gabriele I da Prata, avvocato, ossia protettore della Chiesa di Concordia nel 1112. Già allora la famiglia era vicina alle istituzioni ecclesiastiche: nel 1140 Gabriele partecipò, insieme al vescovo Gervino, alla donazione che sancì la nascita del Comune di Portogruaro, dimostrando come la famiglia avesse già un ruolo politico significativo.

Gabriele fu seguito dal figlio Guecelletto, una figura avventurosa e ambiziosa: nel 1174 fu podestà di Treviso, incarico che mantenne almeno fino al 1181. Guecelletto lasciò due figli: Gabriele II, che ereditò l’avvocatura della Chiesa di Concordia attorno al 1222, e Federico, capostipite del ramo dei Porcia, proseguendo così la ramificazione familiare tra politica e carriera ecclesiastica. La famiglia controllava feudi e castelli strategici come Prata, Porcia e Brugnera, godendo di una condizione di libertà anche dopo l’investitura del patriarca Sigeardo da parte dell’imperatore Enrico IV nel 1077.

Uno dei membri più audaci della famiglia fu Guecello II, che nel 1224 ricevette dal patriarca Bertoldo l’investitura dei suoi feudi. Possedeva trentacinque villaggi e numerosi castelli, tra cui Prata, Prata Vecchia, Sacilotto, Girano, Pasiano, San Stino, Torre di Pordenone, Praturlone e San Pietro. Ambizioso e coraggioso, nel 1250 tentò di espandere il suo dominio conquistando il Friuli, facendo devastare i territori tra il Tagliamento e le aree circostanti.

La sua impresa, tuttavia, si scontrò con eventi imprevedibili: la morte del patriarca Bertoldo nel 1251 e l’avvento del guelfo Gregorio di Montelongo costrinsero Guecello a trattare una pace molto onerosa. Il castello di San Stino, Torre di Pordenone e vari possedimenti furono ceduti alla Chiesa aquileiese, e fu pagata un’indennità di guerra di seimila lire di piccoli veneziani. Guecello morì nel 1262, lasciando alla famiglia prestigio ma anche la consapevolezza dei rischi del potere.

Nel 1293 i da Prata furono protagonisti di un conflitto per l’eredità di Walterpertoldo di Spilimbergo, schierandosi con le famiglie dei Zuccola-Spilimbergo, Villalta, Raifembergo e Prampero contro altre casate locali. La fazione dei da Prata vinse in uno scontro decisivo presso Faedis, consolidando così la loro influenza nella Patria.

Il XV secolo fu teatro delle imprese di Guglielmino da Prata, feroce oppositore del patriarca Panciera e dei Veneziani. Nel contesto delle lotte tra tre Papi – romano, avignonese e quello eletto dal Concilio di Pisa (1409) – Guglielmino sostenne il romano Gregorio XII, ospitandolo nel castello patriarcale della Meduna e poi a Prata. Grazie al suo impegno, Gregorio XII poté tenere un Concilio a Cividale, seppur per pochi giorni, sfuggendo ai nemici grazie alla resistenza della scorta del da Prata.

Nel 1411, Guglielmino riuscì a ottenere da Venezia un patto decennale di reciproco aiuto, ma solo un anno dopo accolse con entusiasmo Sigismondo d’Ungheria, rivale e minaccia per la Serenissima, ricevendo il titolo di Gran Cancelliere. Nel frattempo, Venezia si stava preparando a conquistare il Friuli. Un simile affronto non poteva venire tollerato. Con una strategia tenace e astuta tra il 1418 e il 1420 quasi tutto il territorio cadde sotto il suo controllo. I da Prata, però, non si diedero per vinti. Il 10 giugno 1419, Nicolò IV da Prata inflisse una dura sconfitta alle retroguardie veneziane presso Bando. La reazione non si fece attendere: il generale veneziano Filippo Arcelli, ritiratosi, si accampò a Porcia e marciò su Prata, devastando il territorio.

Guglielmino e Nicolò difesero il castello circondato da paludi con tutte le loro forze, ma alla fine il fortilizio fu preso e raso al suolo. Nonostante ciò, i Veneziani, riconoscendo in Nicolò un comandante abile e rispettabile, gli offrirono la possibilità di guidare le loro milizie e ricostruire il castello, a patto di giurare fedeltà. Nicolò, però, preferì restare fedele a Guglielmino e seguirlo nell’esilio in Ungheria. I da Prata non sopravvissero agli eventi: il loro casato si estinse confluendo in quello dei conti ungheresi Palffy. La contea di Prata fu affidata dalla Repubblica Veneta alla famiglia Floridi di Spilimbergo.

Per quanto riguarda il loro castello, la posizione esatta è ancora dibattuta. Secondo ricerche storiche e archeologiche, potrebbe trovarsi vicino alla casa colonica Meneghel, lungo il fiume Meduna. La vasta area trapezoidale, delimitata da fossati e dall’ansa del fiume, presenta frammenti di cotto databili tra XIII e XV secolo. Alcuni resti di fondazioni suggeriscono l’esistenza di strutture murarie importanti, lasciando aperta la possibilità di futuri scavi per confermare l’ubicazione del castello.

 


Per approfondire:

  • Tito Miotti, Castelli del Friuli, Feudi e giurisdizioni del Friuli occidentale, vol. 4 Del Bianco, Udine, 1980.
  • Francesco Boni De Nobili, Araldica in contrada di San Marco a Pordenone, Pordenone, 2007.