Quando si parla della letteratura italiana del Cinquecento, l’attenzione cade quasi sempre sui grandi protagonisti: Ariosto, Tasso, Bembo. Attorno a loro, però, si muoveva una costellazione di scrittori che contribuirono in modo decisivo alla vita culturale dell’epoca, pur senza conquistare la stessa fama presso i posteri. Tra questi occupa un posto di rilievo Erasmo di Valvasone, il maggiore autore friulano del XVI secolo e uno dei più significativi interpreti della stagione della Controriforma.
La famiglia dei signori di Valvasone apparteneva alla nobiltà feudale friulana. Probabilmente nato nel 1528, rimasto orfano del padre nel 1545, Erasmo si trovò ancora giovanissimo ad amministrare il feudo, occupandosi di controversie legali, questioni patrimoniali e rapporti politici tutt’altro che semplici. I possedimenti della famiglia si estendevano infatti sia nei territori della Repubblica di Venezia sia in quelli soggetti agli Asburgo, una situazione che obbligava a continui delicati equilibri. In una lettera e in alcuni componimenti poetici egli stesso lamentò come queste incombenze gli sottraessero tempo alla sua vera passione: la poesia.
La sua formazione, invece, era stata quella tipica di un umanista. Dal 1541 al 1544 studiò nella scuola di Giampietro Astemio a San Daniele del Friuli, uno dei centri più vivaci dell’umanesimo regionale. Qui apprese il latino e il greco, frequentò giovani destinati a distinguersi negli studi e iniziò a esercitarsi nella composizione poetica anche in lingua latina. L’impronta dei classici non lo avrebbe più abbandonato.
Il fatto di vivere in Friuli non gli impedì affatto di inserirsi nei circuiti culturali della Serenissima. Venezia rappresentava il naturale punto di riferimento degli intellettuali della regione, e Valvasone vi si recava frequentemente sia per incarichi pubblici sia per difendere gli interessi della propria famiglia. Quei soggiorni gli permisero di stringere rapporti con alcune delle figure più autorevoli dell’editoria veneziana, da Dionigi Atanagi a Lodovico Dolce, da Francesco Sansovino a Tommaso Porcacchi, fino a Domenico Venier, autentico animatore della vita letteraria cittadina. Le sue poesie iniziarono così a comparire nelle più prestigiose raccolte poetiche del tempo, segno di una reputazione ormai consolidata.
Il primo lavoro di ampio respiro fu la traduzione in ottava rima della Tebaide di Stazio, pubblicata nel 1570. Tradurre un poema latino di quelle dimensioni significava confrontarsi direttamente con uno dei grandi modelli dell’epica antica e, nello stesso tempo, inserirlo nella tradizione poetica italiana inaugurata da Ariosto. Valvasone conosceva profondamente Stazio; tanto che aiutò Lodovico Dolce a individuare numerosi passi nei quali l’autore dell’Orlando furioso aveva ripreso il poeta latino.
Negli anni successivi si cimentò con il romanzo cavalleresco. Del suo Lancillotto riuscì però a pubblicare soltanto i primi quattro canti. L’opera rimase incompiuta, probabilmente anche a causa delle continue occupazioni che gravavano sulla sua attività di feudatario.
La piena maturità coincide con una produzione sempre più orientata verso la poesia religiosa. Nel 1586 apparvero le Lagrime di Santa Maria Maddalena, ispirate al fortunatissimo modello di Luigi Tansillo. Ancora più ambiziosa fu l’Angeleida, pubblicata nel 1590 e considerata dall’autore la propria opera più importante. Il poema racconta la ribellione degli angeli e la caduta di Lucifero, trasformando un tema teologico in un grande racconto epico. L’influenza della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso è evidente, ma Valvasone cerca una strada personale, immaginando perfino gli angeli impegnati in una battaglia combattuta con artiglierie e cannoni. Alcuni lettori dell’epoca giudicarono discutibile questa rappresentazione così concreta delle creature celesti e il poema suscitò vivaci polemiche. Altri, invece, ne presero apertamente le difese.
Se però esiste un libro nel quale la personalità di Valvasone emerge con maggiore naturalezza, quello è senza dubbio La caccia. Pubblicato nel 1591, ma composto molti anni prima, il poema appartiene alla tradizione della poesia didascalica. L’argomento potrebbe sembrare specialistico: razze canine, cavalli, falconeria, stagioni, tecniche venatorie.
In realtà il testo diventa un grande affresco della natura: boschi, fiumi, montagne e campagne friulane occupano la scena con una freschezza che sorprende ancora oggi. Le osservazioni sugli animali si alternano a racconti mitologici, digressioni geografiche e descrizioni paesaggistiche nelle quali il Friuli assume quasi il ruolo di protagonista. Celebre è l’ottava che descrive la regione come un teatro naturale racchiuso tra il mare e le montagne, attraversato dal Tagliamento: pochi versi sufficienti a mostrare quanto profondo fosse il legame del poeta con la propria terra. Non è un caso che proprio La caccia venga generalmente considerata il suo capolavoro in quanto opera nella quale Valvasone appare meno condizionato dall’imitazione di Ariosto o di Tasso e più libero di seguire una voce personale.
Negli ultimi anni continuò a tradurre i classici, dando alle stampe anche una versione dell’Elettra di Sofocle, presentata all’Accademia degli Uranici di Venezia, della quale era entrato a far parte nel 1587. Era il riconoscimento di una reputazione ormai consolidata negli ambienti letterari veneziani, conquistata senza mai abbandonare definitivamente il suo castello friulano.
Morì nei primi giorni di novembre del 1593. Per lungo tempo si è creduto che la morte fosse avvenuta a Mantova, ospite dei Gonzaga. La documentazione emersa negli ultimi decenni rende però questa tradizione assai meno sicura e lascia aperta la possibilità che si sia spento proprio a Valvasone.
Per approfondire:
- Franco Colussi (a cura di), Erasmo di Valvasone, 1528-1593 e il suo tempo. Atti della giornata di studio. Valvasone, 6 novembre 1993, Edizioni Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 1996.
- Franco Colussi, Valvasone (di) Erasmo in Nuovo Liruti (online)
- Maiko Favaro, Valvasone, Erasmo di, in Dizionario biografico degli italiani, 98 (2020) (online)
Immagine IA basata su ritratto storico

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