Nel panorama della scienza italiana tra Otto e Novecento esistono figure luminose ma quasi invisibili, studiosi che hanno dedicato la vita alla conoscenza senza cercare riconoscimenti. Ed è curioso che queste siano legati a luoghi insospettabili ma già famosi per i suoi concittadini, come Primo Carnera.

Una di queste è Enzo (Gian Vincenzo) Mora, nato a Sequals nel 1870 e morto nello stesso paese nel 1953: matematico, astronomo, poliglotta, disegnatore tecnico, spirito meditativo e solitario. Un uomo che, pur lontano dagli osservatori universitari, seppe conquistare l’attenzione di scienziati europei e americani.

La storia di Mora affonda in un ambiente familiare colto e profondamente italiano. Il padre, Fabio Mora, fu garibaldino; il nonno materno, Gian Vincenzo Fabiani, patriota e avvocato formatosi a Vienna. La casa di famiglia — l’antico palazzo Domini — sorgeva ai piedi del colle del Belvedere, un luogo che segnerà per sempre la vita del giovane Enzo.

È facile immaginare il ragazzo salire quel colle per osservare l’orizzonte, i tramonti, le prime stelle. Da lì nacque la sua vocazione: un misto di contemplazione, matematica e desiderio di capire l’ordine nascosto del cielo. Mora mostrò fin da giovane un duplice talento: da un lato si rivelò essere un appassionato di matematica, che affrontava con naturalezza; dall’altro si cimentava in disegno e architettura, studiati all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Questa combinazione — rigore numerico e precisione grafica — diventerà la sua cifra distintiva. Tra il 1898 e il 1910 visse a Sequals il suo periodo più fecondo. Come autodidatta di altissimo livello, divenne capace di padroneggiare tedesco, inglese, francese, spagnolo, greco e latino.

Nel 1895 Mora costruì un piccolo osservatorio privato e si cimentò nella scrittura. Tra le opere più significative figurano un catalogo di 634 stelle (1888), con ascensione retta e declinazione; due giornali di osservazione (1897–1910) con note su maree, stelle variabili, comete, pianeti; e, memorabile come il suo passaggio, alcune descrizioni della cometa di Halley del 1910, osservata come un “canto del cigno” prima del trasferimento a Padova.

Tuttavia, i primi scritti non bastarono a renderlo subito famoso. Per necessità economiche, Mora lavorò come disegnatore tecnico prima alla Società Veneta delle Ferrovie a Padova (1910-1915) e in seguito alla Breda di Sesto San Giovanni (1915-1943). Ciononostante, non rinunciò dalla sua passione e continuò a pubblicare, corrispondere, calcolare. Strinse così contatti con figure importanti dell’astronomia francese, come Camille Flammarion, e Jules Henri Poincaré, matematico, fisico e filosofo della scienza; e italiana come Pio Emanuelli, astronomo e divulgatore scientifico, e Vincenzo Cerulli, fondatore di quello che sarebbe diventato l’Osservatorio astronomico d’Abruzzo.

Considerato tutto, la produzione di Mora è sorprendente per ampiezza e qualità. Tra le opere note figurano: Monografia su Algol (1905–1911, una delle poche stelle osservabili ad occhio nudo di grande variabilità visiva); Tavole dei satelliti di Giove (1912, per il quale fu premiato con una medaglia d’oro dal Governo del Messico); Studi sull’ombra terrestre nelle eclissi di Luna (1934–1936); L’Arco diurno descritto dagli astri (1938); Effemeridi del Sole dal 1600 al 2199 (inedite); Tavole lunari (1943, inedite). Poiché Mora scriveva ovunque, anche su foglietti minuscoli, molti altri calcoli sono andati perduti.

In piena Seconda guerra mondiale, nel 1943, ormai anziano, tornò a Sequals. Ritrovò così il cielo della sua infanzia, il Belvedere, il Cret di Pascalat da cui — diceva — si può scorgere il campanile di Venezia. Continuò a risolvere problemi matematici per chiunque glieli portasse, gratuitamente, per puro amore della disciplina.

Morì nel 1953, in una casa silenziosa, circondato dai suoi strumenti e dai suoi numeri.


Per approfondire:

  • Giacomo Serafini, Alla ricerca di Enzo Mora da Sequals, in “Il Noncello”, 15 (1960), pp. 65-72.