La storia del Friuli, raccontata con pazienza da cronisti che spesso conoscevano in prima persona la fame, non assomiglia affatto a una linea retta di progressi e abbondanza. Fino al Novecento avanzato, la vita in quella terra restava appesa al filo sottile dei raccolti, del clima, della salute. Come si è visto qualche articolo fa, quando uno di questi fili cedeva, gli altri seguivano a cascata. Il risultato era un paesaggio umano in cui carestie e pestilenze diventavano compagne di viaggio, tanto temute quanto inevitabili.

La grande crisi del 1528 emerge dalle fonti come una specie di vortice che risucchia ogni cosa: corpi debilitati, villaggi svuotati, norme sociali piegate dalla necessità. Lo racconta con uno sguardo lucido, a tratti persino smarrito, Roberto di Spilimbergo, nobile che vide il suo mondo disfarsi giorno dopo giorno. Nelle sue pagine non compaiono galline, né uova, né capponi: tutto divorato dal bisogno. Tra Fanna, Sequals, Coltura, Solimbergo e Barbeano gli abitanti crollano di numero; la morte arriva per fame, per peste, per tifo petecchiale, una febbre maculosa che non lasciava scampo ai già deboli.

Quando il cibo sparisce, la creatività umana decolla in direzioni estreme. Le cronache di Roberto ci raccontano che ci fu chi recuperò le interiora di un cane morto da giorni sul ciglio della strada per potersene cibare. Ancora più sorprendente è l’ingegnosità degli abitanti di Maniago: diventarono esploratori dei campi, alla caccia dei nidi dei topi. Una volta individuate le tane, scavarono come archeologi dell’emergenza per recuperare le scorte dei piccoli roditori: biava e sarasin, minuscoli tesori sepolti.

In quel mondo sospeso, tutto diventava commestibile. Le erbe strappate ai margini dei sentieri, i torsoli di verza litigati come beni di lusso, la paglia di lino macinata per costruire un pane amaro come un rimprovero. Si arrivò perfino a catturare topi per sfamare i bambini. Nei resoconti si legge che la massa dei poveri «oscurava il sole», un’autentica eclisse sociale. Molti partono per la Germania, seguendo un istinto antico quanto l’umanità stessa: quando la terra non dà più nulla, si cerca un’altra terra.

I numeri spingono a immaginare un Friuli svuotato. Il viceabate Antonio Purliliese stimò quarantamila morti nella regione, venticinquemila a Treviso, cinquantamila a Padova.

Nel tentativo disperato di contenere l’ondata, i nobili aprirono stalle e fienili per ricoverare i moribondi e distribuirono, con estrema parsimonia, le granaglie residue. La tensione sociale, tuttavia, crebbe fino a spezzarsi. Il primo febbraio 1528, alcuni uomini sfondarono la porta dell’abbazia di Fanna: rubarono fave, frumento, cera, paramenti sacri. La reazione dei signori locali non si fece attendere: una catena di catture, torture, morti in carcere, frustate, impiccagioni. Un’escalation punitiva che non sfamò nessuno e lasciò dietro di sé un paese con cinquecento abitanti in meno nel giro di un mese e mezzo.

La scena più cruda si verificò il 2 aprile, quando Pietro di Geronimo, giudicato recidivo, venne addirittura squartato. Il cronista chiuse con un secco «Giustizia era fatta…» che suona amaro, quasi ironico, come se anche lui avesse capito che quella giustizia non guariva nulla, né riportava il pane sulle tavole vuote.

Guardando oggi questi eventi, la loro violenza brutale illumina qualcosa di profondo: quanto fosse fragile la linea che separava l’ordine dal caos, la comunità dal dissolvimento. Le carestie del passato non sono solo residui di un mondo arcaico: ci ricordano quanto sia preziosa la sicurezza alimentare, quanto sia storicamente recente lo spazio di tranquillità che tendiamo a dare per scontato. La storia del Pordenonese del 1528 non è un monito cupo; è una lente che ci mostra fino a che punto l’umanità, messa alle strette, possa inventare, resistere, e purtroppo anche ferire se stessa.

 


Per approfondire:

  • Adriano Del Fabro, Criminali, sommosse e delitti del Friuli, Demetra, Udine 2000.