Un libro semplice da leggere, ma tutt’altro che semplice da costruire. È questa una delle prime impressioni emerse durante la presentazione di Come se ne esce? di Francesco Costa, saggio che parte dalla crisi della politica americana per interrogarsi su una questione più ampia: come si affronta un sistema politico e internazionale nel quale gli equilibri costruiti nel secondo dopoguerra sembrano progressivamente indebolirsi?

Uno dei punti centrali dell’analisi di Costa riguarda la crisi del Partito Democratico statunitense. Secondo l’autore, una parte della sinistra americana si è progressivamente concentrata sulle questioni identitarie, fino a perdere di vista alcuni problemi concreti degli elettori. Non si tratta, precisa Costa, di sostenere che i diritti civili o l’inclusività siano la causa della sconfitta democratica: il problema nasce quando una sensibilità politica diventa incapace di trasformarsi in capacità di governo.

L’esempio dell’immigrazione è significativo. Per Costa, governare significa necessariamente compiere delle scelte: stabilire chi può entrare, con quali regole e in quali condizioni, cercando un equilibrio tra sicurezza, controllo delle frontiere, integrazione e tutela dei diritti. Una politica che si limita a proclamare principi, senza affrontare i problemi concreti, rischia di perdere il rapporto con una parte del proprio elettorato.

La questione è legata anche a una caratteristica storica della società americana: il peso dell’identità. Mentre in Europa la politica è stata a lungo organizzata soprattutto intorno alle appartenenze di classe, negli Stati Uniti le differenze etniche, culturali e comunitarie hanno avuto un ruolo particolarmente importante. Quando però il conflitto politico diventa soprattutto identitario, il compromesso diventa più difficile: cedere su una posizione può essere percepito non come una normale mediazione, ma come un tradimento della propria identità.

A questo si aggiunge la trasformazione prodotta dai social network. Gli algoritmi premiano i contenuti capaci di attirare attenzione e generare reazioni, spesso attraverso indignazione e conflitto. Il risultato, secondo Costa, è una sorta di macchina permanente della rabbia: individui sempre più isolati, convinti che l’avversario politico rappresenti non semplicemente un’altra opinione, ma un nemico da combattere.

Da qui deriva un’altra riflessione importante: la politica democratica ha bisogno di persuasione. Insultare chi non vota per noi può rafforzare il senso di appartenenza di chi è già dalla nostra parte, ma difficilmente convince chi sta dall’altra. Per cambiare una società occorre invece comprendere le ragioni dell’interlocutore e proporre soluzioni alternative. È una prospettiva che Costa applica anche alla politica americana contemporanea: non basta denunciare ciò che non funziona, bisogna costruire qualcosa di diverso.

Anche la parabola di Donald Trump viene inserita in questo quadro. Per Costa, Trump non è soltanto la causa della crisi, ma anche una conseguenza di trasformazioni più profonde della società e della politica statunitense. Il Partito Repubblicano è stato progressivamente trasformato dalla sua leadership, mentre il presidente ha spinto ulteriormente i limiti del potere esecutivo. La domanda, quindi, riguarda le condizioni che hanno reso possibile il suo successo.

Il discorso si allarga infine al mondo. Dopo il 1945, l’Occidente costruì istituzioni e regole per impedire che le rivalità tra Stati conducessero nuovamente alla catastrofe: le Nazioni Unite, il diritto internazionale, la NATO, il processo di integrazione europea. La pace europea degli ultimi ottant’anni, pur con guerre e crisi ai suoi margini, è stata anche il risultato di quelle costruzioni politiche.

Oggi, secondo Costa, quelle strutture sono sottoposte a una pressione crescente. Si tratta di capire come adattarle a un mondo nel quale anche la competizione economica e tecnologica, dall’intelligenza artificiale alle catene di approvvigionamento, è diventata uno strumento di potere.

Ed è proprio qui che torna la domanda del titolo: Come se ne esce? Non esiste una risposta semplice. La lezione che Costa propone è però chiara: non basta denunciare le contraddizioni del presente. Come accadde dopo il 1945, occorre avere la capacità politica di costruire nuove istituzioni, nuove alleanze e nuove soluzioni concrete.

In altre parole, non soltanto difendere ciò che esiste, ma tornare ad avere l’ambizione di costruire ciò che ancora non esiste.