Una famiglia apparentemente perfetta, attenta ai valori, alla sicurezza e alla crescita dei propri figli. È la famiglia Costa, protagonista di “Un’ottima famiglia”, l’ultimo romanzo di Stefania Andreoli, presentato dall’autrice in un incontro dedicato ai temi della genitorialità, dell’adolescenza e delle trasformazioni che stanno attraversando le famiglie contemporanee.

Andreoli, psicologa e psicoterapeuta, ha raccontato di essere prima di tutto una lettrice accanita e di aver sempre sognato di scrivere libri. A spingerla verso questa storia è anche la preoccupazione per la condizione degli adolescenti di oggi.

Un tema tornato recentemente al centro del dibattito grazie alla serie Netflix Adolescence, che secondo la dottoressa non racconta soltanto l’adolescenza, ma soprattutto il modo in cui gli adulti osservano ciò che accade intorno a loro, spesso rassicurandosi con l’idea che “vada tutto bene”.

Nel romanzo, la storia viene raccontata attraverso la voce di Giulia, una ragazza che si presenta in commissariato e inizia a raccontare ciò che sa della famiglia dei suoi vicini, tra cui Filippo.

Il suo sguardo diventa così uno strumento per osservare da vicino una famiglia che, dietro le dichiarazioni sui sani valori e sul rispetto, mostra progressivamente le proprie contraddizioni. Secondo Andreoli, la famiglia contemporanea rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da una semplice comunità unita da un progetto comune.

Dovrebbe essere innanzitutto un “avamposto” della sicurezza, ma la sicurezza non può essere ridotta al controllo costante dei figli. Sapere dove si trova un ragazzo, controllarne gli spostamenti e intervenire continuamente non significa necessariamente proteggerlo.

A questo proposito, Andreoli ha richiamato il concetto di “base sicura” elaborato dallo psicologo John Bowlby: un bambino deve poter sviluppare la certezza che, quando avrà bisogno di aiuto, qualcuno sarà presente. Il controllo, però, non può sostituire questa sicurezza affettiva.

Da qui nasce quella che l’autrice definisce una “genitorialità pervasiva”, nella quale i genitori finiscono per essere presenti anche negli ambiti che dovrebbero appartenere all’esperienza personale dei figli. Le ragioni di questo comportamento possono essere ricercate anche nel rapporto tra generazioni.

Genitori cresciuti con una certa freddezza possono tentare di compensarla offrendo ai propri figli una quantità di attenzione e calore che rischia, però, di diventare eccessiva. Il problema nasce quando ciò che fa stare bene il genitore viene confuso con ciò che serve realmente alla crescita del figlio.

In questo quadro si inserisce anche Giulia, particolarmente attenta alla distanza tra ciò che una famiglia mostra e ciò che realmente accade al suo interno. Il suo sguardo rappresenta una generazione capace di leggere con maggiore sensibilità alcune contraddizioni degli adulti.

Durante l’incontro, Andreoli ha infine anticipato il possibile tema di un prossimo lavoro dedicato al maschile. Secondo l’autrice, le famiglie tendono spesso a interrogare maggiormente le figlie femmine sulla loro interiorità, mentre ai ragazzi viene attribuito più facilmente un ruolo legato alla dimensione fisica e pratica. Una differenza che non dipende soltanto dall’anatomia, ma anche dai modelli culturali attraverso cui uomini e donne vengono educati.

“Un’ottima famiglia” diventa così un’occasione per interrogarsi non tanto sull’esistenza della famiglia perfetta, quanto sulla distanza tra l’immagine che gli adulti costruiscono di sé e ciò di cui bambini e adolescenti hanno realmente bisogno.