«I giovani non hanno più voglia di lavorare» è una delle frasi che più frequentemente accompagnano il dibattito sul rapporto tra nuove generazioni e occupazione. Soprattutto sui social, la discussione ha assunto sempre più i toni di uno scontro generazionale, nel quale tutti si credono esperti dall’alto della propria esperienza lavorativa personale.

Bisognerebbe invece avere l’umiltà di fare un passo indietro e capire che avere esperienza lavorativa non significa per forza essere in grado di comprendere le nuove dinamiche in atto in un mondo così complesso come quello del lavoro, dinamiche che spesso risultano di difficile comprensione anche per gli studiosi più esperti.

Dietro alla narrazione che etichetta la cosiddetta “Gen Z”, termine ombrello spesso impropriamente usato per indicare l’intera categoria dei giovani, si nasconde un cambiamento molto più profondo, che ruota attorno al significato stesso attribuito al lavoro e al suo rapporto con il resto della vita.

Di questi cambiamenti hanno parlato a Pordenonelegge, non certo con toni da bar o da bacheca di Facebook, due esperti come Daniele Marini, sociologo dell’Università di Padova, e Giampiero Falasca, avvocato giuslavorista con anni di esperienza nel mondo delle grandi aziende e collaboratore de Il Sole 24 Ore, autori rispettivamente dei saggi Quello che i giovani (non) dicono. E gli adulti (non) capiscono (Guerini, 2026) e Sfaticati. Oltre il mito dei giovani fannulloni: cosa chiede al lavoro la Gen Z (Il Sole 24 Ore, 2026).

Marini inquadra da subito la critica di pigrizia degli “adulti” verso i giovani nel solco del vecchio adagio secondo cui ogni generazione viene definita peggiore da quella precedente. Si tratta però, appunto, di un adagio, poiché, se si osservano i dati economici di decennio in decennio, si potrà notare come la situazione generale tenda a essere in miglioramento.

Rispetto alla generazione dei nostri genitori (nb: chi vi scrive ha trentun anni) è però cambiato il modo di organizzare le priorità della propria vita. Non esiste più una rigida gerarchia nella quale famiglia e lavoro occupano i primi posti e tutto il resto viene dopo, se rimane tempo. Le esigenze sono diventate un puzzle in cui lavoro, relazioni, tempo libero, benessere personale e di chi ci sta attorno devono trovare un equilibrio.

Da qui nasce quella che Marini definisce una “rivoluzione silenziosa” portata avanti dalle nuove generazioni. Non un cambiamento epocale che si manifesta attraverso grandi proteste collettive, piuttosto una rivendicazione sottotraccia portata avanti attraverso tante scelte individuali, visibili soprattutto durante i colloqui d’assunzione: il rifiuto di un’offerta di lavoro senza determinati benefit, la ricerca di condizioni diverse e migliori, la richiesta di maggiore autonomia, sia essa flessibilità d’orario o possibilità di lavorare da remoto.

È una forma di protesta meno visibile, ma non per questo meno significativa: i giovani cercano soprattutto di coniugare al meglio il lavoro e gli altri aspetti della propria vita, rifiutando l’idea che il primo debba necessariamente prevalere sugli altri.

Per Falasca, questa trasformazione va letta anche alla luce del tradimento del vecchio patto sociale (e sacrificale) stretto e portato avanti dalle generazioni precedenti. Per decenni il sacrificio lavorativo era legato a una promessa abbastanza chiara: in cambio del lavoro si poteva costruire una certa sicurezza economica, comprando casa e tutto ciò di cui si aveva bisogno per costruire una famiglia e condurre una vita generalmente serena. Nel momento in cui questa prospettiva si indebolisce e lo stipendio non è più in grado di assurgere a garanzia di un’esistenza tranquilla, diventa più difficile chiedere alle nuove generazioni di accettare lo stesso livello di sacrificio dei propri padri. La situazione che vediamo oggi sarebbe quindi la naturale evoluzione del tradimento di quel patto.

Il cambiamento è reso ancora più complesso dalla crescente varietà, quasi caleidoscopica, del mondo giovanile. Marini sottolinea come al giorno d’oggi anche pochi anni di differenza d’età possano produrre esperienze e aspettative molto diverse: già tra un trentenne e un venticinquenne possono esistere differenze culturali e comunicative quasi insormontabili.

La trasformazione tecnologica e culturale procede infatti a una velocità alla quale le generazioni adulte non sono abituate. Per questo occorre trovare nuovi punti di contatto: da parte del mondo degli adulti non significa di certo dare sempre ragione ai giovani, ma, appunto, dalla loro posizione di adulti, mettersi accanto a loro e provare ad accantonare, almeno temporaneamente, le convinzioni costruite nel passato, fungendo da mentori, consiglieri e maestri senza pregiudizi di sorta.

Una delle scollature più evidenti riguarda il rapporto tra scuola e lavoro. I contatti tra studenti e realtà professionale sono ancora limitati: questo finisce per penalizzare non solo gli studenti, che possono concludere gli studi senza aver mai toccato con mano un ambiente di lavoro strutturato, ma anche le aziende, che spesso arrivano impreparate al confronto con le nuove generazioni, senza gli strumenti necessari a riconoscere le potenzialità dei nuovi candidati.

Falasca invita a interrogarsi sull’esempio offerto dagli adulti, non sempre valido come si pensi: la svalutazione del lavoro manuale e degli istituti professionali, insieme alla scarsa valorizzazione di alcuni mestieri dall’alto valore sociale, insegnanti in primis, ha contribuito a creare una distanza preoccupante tra formazione e mondo produttivo.

Anche le aziende, però, devono entrare nell’ordine di idee di cambiare prospettiva. Per i giovani uno stipendio adeguato è sempre più percepito come un diritto acquisito, non come l’unico elemento capace di rendere desiderabile un posto di lavoro.

Entrano in gioco fattori come la qualità dell’ambiente di lavoro, il welfare aziendale, il coinvolgimento dei dipendenti e soprattutto la possibilità di sentirsi parte apprezzata di una comunità funzionante e funzionale, attenta al prodotto finale ma anche al benessere del dipendente. Aspetti come la cura dell’estetica e dell’organizzazione degli spazi di lavoro possono diventare un segnale di attenzione verso il lavoratore.

In pratica assistiamo al capovolgimento del detto “il tempo è denaro”: ora è il denaro a essere tempo, ossia la gestione del proprio tempo, della propria giornata, della propria vita ha superato in importanza il valore dato alla retribuzione.

Il tema del mismatch, normalmente utilizzato per descrivere la distanza tra le competenze richieste dalle aziende e quelle disponibili sul mercato, può allora essere ribaltato. Non sono soltanto i giovani a dover essere formati per incontrare il mondo del lavoro: anche i datori di lavoro devono imparare a comprendere una forza lavoro che palesemente non rispecchia più i criteri d’inquadramento adottati finora.

Serve una vera formazione culturale dei datori di lavoro, perché spesso non si rendono conto che comunicano con i propri dipendenti più giovani parlando per stereotipi, senza saperli valorizzare. La rivoluzione silenziosa dei giovani chiede quindi una risposta altrettanto profonda: non tornare al passato, ma imparare a costruire un nuovo patto tra generazioni.