Se avrete occasione di entrare nella piccola chiesa di San Rocco a Montereale Valcellina, un tempo nota come pieve di Santa Maria Assunta a Calaresio, non potrete far a meno di notare un affresco raffigurante un uomo raccolto nelle sue meditazioni intento a scrutarvi: è da questa immagine che prende ispirazione la storia di questo articolo.

La chiesa, in stile protorinascimentale, è di antichissime origini, forse sorta sulle rovine di un tempio pagano. Ciò che la rende degna di nota è il vasto ciclo di affreschi presente al suo interno risalente agli anni immediatamente successivi alla metà del XVI secolo e realizzato da Giovanni Maria Zaffoni, detto il Calderari, dal mestiere dei suoi famigliari, che erano artigiani calderai: formatosi alla scuola di Giovanni Antonio de’ Sacchis, il Pordenone, intrattenne probabilmente legami anche con la bottega di Pomponio Amalteo.

Soffermando il nostro sguardo sul lato sinistro del presbiterio, al di sotto della scena dello Sposalizio della Vergine, ci imbattiamo in una figura a mezzo busto, con fare pensoso e meditabondo: si tratta del ritratto del piovan, intento a osservare i fedeli entrare nell’antica pieve. Che si tratti del sacerdote responsabile della chiesa all’epoca della realizzazione degli affreschi non v’è ombra di dubbio, ma alcune incertezze in merito alla data di esecuzione hanno suscitato diverse difficoltà nell’identificazione del personaggio raffigurato. Il ritrovamento di un documento inedito presso l’Archivio Storico Diocesano di Concordia – Pordenone ha consentito la formulazione di nuove e convincenti ipotesi sulla data degli affreschi nonché sull’identità del sacerdote. Ma prima di addentrarci in questa indagine, dobbiamo chiederci chi fu responsabile dell’esecuzione di alcuni degli affreschi più splendidi e noti del pordenonese.

Della vita del Calderari sappiamo poco o nulla, se non che era figlio di un certo magistro Nicolò da Pordenone e che ebbe due figlie femmine: Elisabetta ed Eleonora, meglio nota come Dionora. Con ossequio alla tradizione di trasmettere i nomi dei nonni ai nipoti, molti dei figli nati dalle unioni coniugali delle due figlie del Calderari ebbero come nome quello degli avi paterno (Gasparino) e materno (Zuan Maria); scelta analoga si può ipotizzare sia avvenuta per quanto riguarda le nipoti femmine: forse non è un puro caso che ricorra per ben tre volte il nome di Lucretia, probabile indizio che questo potesse essere il nome della consorte del pittore.
Considerando le date di matrimonio delle due figlie (prima del 1566 per Elisabetta e nel 1569 per Dionora), la critica ha avanzato, benché con prudenza, nuove ipotesi in merito alla datazione: ammettendo pure che il Calderari possa esser divenuto padre attorno ai trent’anni, appare piuttosto inverosimile fissarne la data di nascita alla fine del ‘400 o al massimo non oltre il 1500, come molti studiosi hanno finora proposto.

Quest’analisi si inscrive coerentemente all’interno della cronologia del corpus artistico del Calderari, le cui opere non risalgono ad anni precedenti al 1540: si tratta del ciclo di affreschi della chiesa del Santissima Trinità a Pordenone (1540-1545), la pala dell’Istituzione dell’Eucarestia (1547), realizzata per il duomo di San Marco a Pordenone e ora conservata nel Museo diocesano, la decorazione della cappella Mantica, sempre all’interno del duomo (1554-1557).
Ad un apprendistato diretto sotto la guida del Pordenone si preferisce pensare a dei contatti con la bottega del genero Pomponio Amalteo, la cui lezione fu ripresa secondo una carattere più popolare e connotato da una maggiore vivacità del colore. Italo Furlan, in particolare, sottolinea l’horror vacui presente negli affreschi del Calderari, ricchi di vele, lunette, paraste e diversi elementi architettonici rinascimentali.

Di notevole interesse, all’interno del ciclo pittorico, accanto ai Santi e Sante, Evangelisti, Profeti e Sibille, le scene della disputa di Caino e Abele, i dottori della chiesa e angeli musicanti, è la Vita di Maria affrescata sulle pareti del coro: la Nascita, Presentazione al Tempio, Annunciazione, Visita ad Elisabetta, Sposalizio, Natività di Cristo, Fuga in Egitto, Disputa di Gesù con i dottori, Morte della Vergine e infine la pala dell’Assunzione.
A differenza delle precedenti supposizioni, Paolo Goi ha ha convincentemente sostenuto come la pala fosse stata completata prima della morte dell’artista.

Ma ciò che consente di datare con maggior precisione gli affreschi di Montereale sono diversi documenti che testimoniano l’insorgere di una controversia tra la famiglia del Calderari e il comune, di cui fu arbitro lo stesso Pomponio Amalteo: tenendo conto del documento del 27 febbraio 1558 possiamo confermare che i lavori furono terminati entro il 1557, nonché collocare la data di morte dell’artista, tra il 17 marzo del 1557 e il 27 febbraio del 1558.

Fatta luce riguardo la cronologia dell’opera del Calderari possiamo ora ritornare a discutere della misteriosa figura da cui la narrazione aveva presso le mosse: si tratta del pre’ Giovanni Leonardo Losco, che fu titolare della pieve tra il 1550 e il 1561. Ma chi era quest’uomo e che ruolo ebbe all’interno della parrocchia di Montereale al tempo?

Sappiamo che nacque a Grizzo nel 1514, figlio di Giacomo del Degan, cognome derivante dell’appellativo friulano del capo villaggio (dean). Dei poco più di dieci anni in cui Giovanni Losco fu a capo della pieve conosciamo veramente poco: emerge l’immagine di un vivace pastore alle prese con le ordinarie miserie del suo gregge. Un incontro che gli provocò non pochi grattacapi fu quello con il suo compaesano più famoso d’ogni tempo, il mugnaio eretico Domenico Scandella, detto Menocchio, condannato al rogo nel 1599 dopo due processi dinanzi al Tribunale dell’Inquisizione. Tra le carte processuali superstiti ve n’è una che testimonia uno scambio che vede protagonisti il prete e l’eretico in prima persona. Il suo alto profilo culturale è testimoniato dalla sua convocazione da parte dei nobili di Valvasone (tra cui il celebre poeta Erasmo), nel 1561, come guida della parrocchia del Corpo di Cristo, così come dall’elenco dei suoi predecessori, tra cui Mario Sabellico (figlio del grande umanista Marcantonio) e Ippolito Marone, figura di spicco nel panorama culturale pordenonese. E a proprio a Valvasone morì 23 ottobre del 1587.

Non sappiamo di preciso che cosa successe nei mesi in cui la vita del prete e quella del pittore si incrociarono sotto le volte dell’antica pieve. Ci piace immaginare questi due personaggi intenti a scambiarsi idee e accordarsi per la buona riuscita degli affreschi della pieve. E forse ancora oggi, a distanza di circa 450 anni, i due uomini dialogano ancora in questo luogo: l’uno con sguardo trasognato e rapito nelle sue riflessioni, con il breviario in mano, la veste telare, la cotta e il berretto, l’altro si pensa raffigurato in un autoritratto sulla parete opposta, nella scena di Gesù tra i dottori.


Per approfondire:
E. Marin, Il pittore e il prete. Note d’archivio sugli affreschi del Calderari conservati nell’antica pieve di Montereale, in Montreâl. C Congrès, Udine, Società Filologica Friulana, 2023, pp. 355–365