Chi scrive vive nella profonda convinzione che non esista, tra due uomini, paraffina più esplosiva per un’amicizia, spora di fratellanza più tenace ai guai del tempo, che condividere la stessa mancanza. E’ il marinaio nato a bordo di un gommone, che ad ogni porto in cui entra cerca gli occhi della sua bella; e lei, che in ogni nave che entra nel suo porto cerca la grande mano ferma del suo marinaio. E’ l’esule cileno adottato dagli shuar della foresta, che durante una pioggia monsonica trova riparo nella capanna di un vecchio, esule degli uomini, la cui unica compagnia è la lettura stentata di mille, interminabili, romanzi d’amore.

Ed escludendo il crudo sconforto per i vicini di casa Nordamericani, per l’illogico ma mastodontico peso politico delle compagnie multinazionali, per la cieca e idiota avidità degli uomini, escludendo la serena contemplazione della solitudine, delle amicizie che non hanno bisogno di darsi un nome, escludendo i leggeri ma costanti inchini a quella grande opera che è Il Vecchio e il Mare, Il Vecchio che leggeva romanzi d’Amore non è che questo, in fondo: l’incontro di due uomini che si riconoscono nelle mancanze che li rendono fratelli.

Era il 1977 quando Luis fu costretto dal golpe di Pinochet a lasciare il Cile per riparare in Ecuador, una terra che come tutti i Paesi dell’America Latina stava assaporando la tetra oppressione del dittatore. Unitosi ad una compagnia investigativa organizzata dall’Unesco per censire le popolazioni che abitavano il cuore dell’Amazzonia, scoprì presto che tutta quella splendida missioncina, finanziata dalla cara Texaco, non era che un pretesto per saggiare le difficoltà che avrebbe incontrato lo sfruttamento di una delle tante terre maledette dai profitti sicuri che offre l’estrazione di petrolio. Mandata a monte la spedizione, decise di voler fermarsi qualche tempo per misurare la foresta e se stesso dentro la foresta, che in realtà si rivela bellissima ma ossessionata dal continuo riciclo della vita, in stridente contrasto con le sue visioni giovanili, vissute nei romanzi di Salgari. Ci restò per sette mesi. Imparò dagli shuar  come nuotare nel fiume in piena, come arrivare all’acqua, come catturare un pappagallo con un impasto di mango e ayahuasca: non era uno di loro, ma era come uno di loro. Una volta fu costretto a trovare riparo in una capanna, e vi trovò un viejo che dedicava le sue giornate alla lentissima lettura di una vasta collezione di romanzi d’amore. Quel vecchio, esiliato dalla grande foresta di calcestruzzo degli uomini, sarebbe diventato, dieci anni dopo, il protagonista del primo romanzo di Sepulveda, esiliato dal grande Cile pacificato dal dittatore.

Recita un antico motto sudamericano:

Chi nasce cicala deve morire cantando.

 

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