L’estate del 2025 verrà forse ricordata per essere tra quelle più calde degli ultimi vent’anni. Effetti del cambiamento climatico, si dirà a ragione. Dobbiamo però ricordarci che eventi estremi, nel corso della nostra storia, ci sono sempre stati e con grande frequenza. Il Friuli, nel corso del Quattro e Cinquecento, si presentava come una “bellissima provincia”, secondo le parole dei luogotenenti veneziani. Tuttavia, il suo territorio era fortemente esposto a fenomeni naturali estremi che segnarono profondamente la vita quotidiana e l’economia agricola della regione.
Le fonti d’epoca ci raccontano di un clima imprevedibile e spesso catastrofico. Le estati torride, con piogge quasi assenti, causavano siccità devastanti. Un cronista del tempo scrisse che tra novembre 1539 e marzo 1540 non cadde “né pioggia né neve”, evento eccezionale che mise in ginocchio l’agricoltura.
Al contrario, in altre annate si verificarono precipitazioni prolungate che durarono giorni o addirittura settimane, causando frane, danni alle abitazioni rurali, distruzione dei raccolti e alluvioni. Particolarmente grave fu quella del 1567, quando i fiumi Cellina, Meduna e Tagliamento allagarono vaste aree del Friuli occidentale. Il problema veniva aggravato dal disboscamento delle montagne, che alterava l’equilibrio idrologico del territorio.
Gli inverni non erano da meno: le cronache parlano di gelate prolungate, nevicate primaverili e temperature rigide anche a marzo, come nel 1573, quando si registrò un freddo tale da richiedere pellicce ancora a primavera inoltrata.
Oltre al clima invernale estremo, il Friuli doveva affrontare forti temporali estivi, grandinate violente e venti impetuosi. Il clima estremo causava gravi squilibri nella produzione agricola. La conseguenza diretta era la carestia: il cibo scarseggiava e il suo prezzo diventava inaccessibile. I racconti sono strazianti: a Maniago, nel 1527, la popolazione scavava nei campi per trovare nidi di topi e recuperare i cereali nascosti dai roditori. A Spilimbergo si registravano morti per fame lungo le strade.
Nei momenti peggiori morivano anche gli animali domestici, vittime di malattie o semplicemente di stenti. Questo attirava predatori come i lupi, che scendevano dai boschi affamati e aggredivano pastori, bambini e interi greggi.
Un altro flagello per l’agricoltura friulana erano gli insetti. In assenza di repellenti e veleni, sciami di locuste, come quelli che aggredirono le campagne della Destra Tagliamento del 1542 e 1544, distruggevano ogni coltura. Per cercare di ridurre i danni, le autorità incentivavano la popolazione offrendo ricompense in denaro a chi consegnava un certo numero di locuste, ma con scarso successo. I contadini trovarono una soluzione più efficace: portarono le galline nei campi, che in breve tempo eliminavano tutti gli insetti.
Ma tutto ciò a cosa era dovuto?
Tra il 1300 e il 1850 gran parte dell’Europa attraversò una fase climatica caratterizzata da forti oscillazioni di temperature e precipitazioni, nota come la Piccola Età Glaciale. Questa fase non fu causata da un singolo evento, ma nacque dall’insieme di diversi fattori naturali.
Tra i principali elementi scatenanti ci furono probabilmente le eruzioni vulcaniche particolarmente intense avvenute in varie parti del mondo tra il 1452 e il 1660. Queste eruzioni rilasciarono grandi quantità di polveri e gas nell’atmosfera, oscurando parzialmente la luce solare e causando un generale raffreddamento globale. Di conseguenza, la neve caduta in inverno non si scioglieva entro la bella stagione. I ghiacciai aumentarono di dimensione, riflettendo maggiormente la luce solare nello spazio e facendo scendere ulteriormente le temperature — si stima una diminuzione di circa 2 °C rispetto alla media del millennio precedente. Estati più fresche e precipitazioni frequenti causarono crisi alimentari e tensioni socio-economiche su vasta scala.
Particolarmente dibattuta è invece l’estate del 1540, tra le più torride mai registrate in Europa. Questa fu provocata da un’area di alta pressione insolitamente stabile che bloccò le correnti d’aria atlantiche, colpendo soprattutto l’Europa centrale e relegando le piogge alla Russia occidentale. In Friuli, ciò causò gravi danni all’agricoltura, mentre in altre parti d’Europa si verificarono incendi boschivi e il prosciugamento di fiumi e laghi. Si stima che oltre un milione di persone morirono in più rispetto all’anno precedente.
Per approfondire:
- Pier Carlo Begotti, Clima e calamità naturali, in Paolo Goi (a cura di), Società e cultura del Cinquecento nel Friuli Occidentale. Catalogo, Edizioni della Provincia di Pordenone, Pordenone, 1985, pp. 41-48.
- Philipp Blom, Il primo inverno: La piccola era glaciale e l’inizio della modernità europea (1570-1700), Marsilio, Venezia, 2019.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato a Ca’ Foscari con una tesi sul rapporto tra l’università veneziana e la Dalmazia, premiata dall’Ateneo Veneto nel 2020. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo credo che raccontare e divulgare il passato sia una delle sfide più affascinanti. È anche il motivo per cui scrivo con passione per le mie amate Radici.