“Il fumetto come via e non come scorciatoia” è un titolo provvisorio confezionato per necessità prima ancora che l’uscita dell’articolo fosse programmata. L’idea era semplice, forse anche un po’ subdola: attirare, ma senza dire troppo. Affermare qualcosa, ma inserendosi provocatoriamente all’interno della tradizione che vede il fumetto come modo secondario di “fare storie”. 

E in un certo senso, questa operazione non risulta eccessivamente difficile alla luce dei diversi alti e bassi che il fumetto ha vissuto dalla sua nascita. Il fumetto, anzi, potrebbe essere paragonato a quella creatura camaleontica che cambia colore (ma mai forma) sulla base delle necessità del momento. Eppure, il linguaggio che è proprio del fumetto (perché è di questo che intendiamo parlare oggi) raramente si lascia utilizzare come tappezzeria – intessendo anzi innumerevoli rapporti con le altre forme comuni di linguaggio, quali il cinema, la fotografia e il romanzo.

Questo è ciò che emerge da una prima lettura di “I linguaggi del fumetto,” al giorno d’oggi considerato come uno dei più importanti manuali per comprendere i meccanismi interni di questo mondo. Quest’opera si afferma come guida di studio indipendente sui linguaggi e sui metodi di comunicazione. Tra questi, soprattutto, l’adeguamento. Il linguaggio del fumetto si adegua ad un altro, infatti, non solo citandolo ed imitandolo, ma anche riproducendo le stesse potenzialità intrinseche di un’altra espressione comunicativa all’interno di un preciso ecosistema di ingranaggi. Ed è qui che il discorso diventa realmente interessante a livello fenomenologico, in quanto ci permette di comprendere cos’è che rende il fumetto tanto unico nelle sue intrinseche caratteristiche.

A trentacinque anni dalla sua prima pubblicazione, “I linguaggi del fumetto” è oggi di nuovo nelle librerie –  stavolta in una nuova edizione riveduta e aggiornata, con tanto di nuovi capitoli e un assai più vasto apparato bibliografico. Una scelta fatta da Barbieri in concomitanza con la casa editrice tunué (precedentemente l’opera era stata pubblicata da Bompiani) in virtù dei cambiamenti a cui è stato sottoposto dalla rivoluzione digitale. Di questo se ne ‘lamenta’ giocosamente Daniele Barbieri – autore, semiologo e insegnante in numerose università quali l’Accademia di Belle Arti di Bologna, l’ISIA di Urbino e l’Università di San Marino – che L’Oppure ha avuto modo di incontrare il 17 settembre 2026 durante un incontro al Palazzo del Fumetto. 

“Diciamo che la vita dello studioso è diventato più difficile perché bisogna leggere sempre di più [nell’era digitale].” 

Questo, però, non sembra essere un problema per l’emerito professore, il quale racconta di aver spesso invidiato i compagni di classe a cui era permesso leggere Topolino. Il suo passato è segnato dall’incontro fortunato con astri nascenti del panorama culturale dell’epoca, come Antonio Faeti, suo maestro di elementari, e Umberto Eco, suo relatore e maestro all’Università di Bologna. 

È grazie a loro che il suo interesse per la semiotica fa approdare un giovane Daniele Barbieri su territori allora inesplorati, vale a dire il fumetto. Fumetto che aveva imparato ad amare e che in quegli anni non era ancora stato pienamente studiato in Italia a livello accademico. È d’altronde noto, come spiega lo stesso Barbieri, che il fumetto non godeva allora di un vero e proprio status. Con la nascita del cinema il fumetto si era reinventato del tutto – sia per temi, in quanto deciso a catturare il pubblico con storie più dinamiche, quanto per per ritmi e tagli narrativi. Prima, però, era stato a lungo considerato al pari di una produzione dozzinale, di scarso valore artistico, e dunque di secondo livello. Nel ‘63 vi erano persino alcuni intellettuali che consideravano “scandaloso” che il fumetto fosse pubblicato nei giornali e sulle riviste. Ora, invece, il fumetto viene studiato anche nelle università – e proprio grazie a questa sua innata ecletticità.

Ed è qui che “I linguaggi del fumetto” si inserisce. Da una parte, quella più tecnica, come guida, se non addirittura vera e propria Bibbia, per comprendere la caricatura, la messa in sequenza delle vignette, la lunghezza e l’evoluzione grafica di certi fumettisti – la mano di Daniele Barbieri tesa come nella Creazione di Michelangelo verso coloro che non hanno idea di come si impagini, di come si stampi, o di chi colori quelle pagine che hanno definito il genere fumettistico. Dall’altra, invece, come un manuale introduttivo alla semiotica, pronto all’occorrenza ad aprire uno squarcio in quel mondo intangibile che è la filosofia del linguaggio.

Ciò che nasce, dunque, potrebbe essere definito come un’opera che evidenzia quanto importante sia ogni singolo elemento della resa fumettistica. Basta una minima variazione, una contaminazione dal mondo della musica o dello spettacolo, una modulazione diversa della linea per portare il percepire la storia in maniera diversa. È anche un libro che rievoca i nuclei fondamentali della storia del fumetto tramite nomi che sarebbe indegno non menzionare – come Alex Raymond, Hugo Pratt, Lorenzo Mattoti, Frank Miller, Bill Sienkiewicz e molti altri ancora. E lo fa con uno stile interessante, a tratti accademici, ma sempre efficace e approcciabile da tutti.

“Il fumetto come via e non come scorciatoia”, dunque, in quanto strumento a cui accedere a quei “linguaggi che attraversano il linguaggio dei fumetti”, vale a dire come via principale di studio, di approfondimento, di analisi della realtà che ci circondano, anziché come mera opera di intrattenimento grazie a cui trascorrere del tempo in un caldo e piacevole pomeriggio estivo.

Sebbene sia vero, in fondo, che una cosa non esclude l’altra. [Wink.]