Il 24 ottobre 1917 l’offensiva austro-tedesca sfondò il fronte italiano a Caporetto. Nel giro di pochi giorni, la crisi militare si trasformò in una ritirata precipitosa, destinata a coinvolgere un territorio vastissimo. Anche Pordenone, lontana dalle prime linee ma inserita nelle retrovie dell’esercito, si trovò a fare i conti con una situazione sempre più drammatica.

Dapprima, le notizie dal fronte non sembravano preoccupare, non essendosi percepita la portata del disastro. Il 27 ottobre 1917 il sindaco Carlo Policreti si rivolse con un comunicato ai pordenonesi affermando che lo sfondamento avvenuto tre giorni prima dovesse “essere considerato freddamente quale un episodio della guerra, soggetta ad alternative ed a mutamenti”, non certo capace di “scuotere la saldezza del nostro esercito”.

Mano a mano che le ore passavano, la situazione cominciò ad apparire per l’effettiva gravità. La guerra aveva già imposto restrizioni e sacrifici alla popolazione civile; il crollo del fronte e la ritirata resero ancora più difficile assicurare la distribuzione delle risorse essenziali. Il 30 ottobre, la Giunta comunale provvide al pagamento dei sussidi alle famiglie dei militari ma, essendosi rapidamente esauriti i fondi, dovette sostituire il denaro con farina e pasta, distribuita personalmente dal sindaco e dagli assessori.

Il 31 ottobre la Giunta si attivò per chiedere aiuto alle autorità militari per trasferire al sicuro i ricoverati dell’Ospedale e gli anziani della Casa di Riposo. Intanto il suono dei cannoni si faceva sempre più vicino. L’esplosione del ponte sul Tagliamento, ben udita dalla popolazione, fece prendere a molti la decisione di lasciare la città.

Nella notte arrivò l’ordine al Municipio che tutti i ricoverati venissero traslocati a Novara. Una fila di indigenti attraversò le vie del Centro verso la stazione al lume di candela sotto lo sguardo del Sindaco, del Segretario comunale e dell’assessore Piero Pisenti. Giunti alla stazione, dopo alcune ore un nuovo ordine sospese la partenza. I pazienti più gravi vennero collocati nel magazzino ferroviario mentre gli infermieri vennero mandati all’Ospedale a prendere coperte, trovandolo già saccheggiato. Alle 10 della mattina, il direttore dell’Ospedale, dopo una lite col il capostazione, decise per il rientro.

Il 1 novembre i negozi erano chiusi. Interessato dall’Amministrazione comunale, fu il Commissariato militare a inviare migliaia di pagnotte e di scatole di carne e a distribuirle alla popolazione. Aiutati da un plotone del Reggimento Genova Cavalleria, i pochi dipendenti comunali che ancora non erano scappati provvidero d’urgenza alla rimozione di molte carcasse di cavalli presenti ai margini delle strade.

Intanto in città giungevano schiere di profughi in fuga. Cominciarono i primi atti di delinquenza, contrastati dal Comune attraverso pattuglie di cittadini volontari. Nel mentre circolavano false notizie di uno sbarco a Trieste e dell’arrivo delle truppe dell’Intesa pronte a trincerarsi in difesa sul Tagliamento.

Alla sera, una rappresentanza di operai del Cotonificio Amman si recò in Municipio per chiedere il pagamento dello stipendio della seconda metà del mese. Policreti, poiché le casse pubbliche erano vuote, le banche locali chiuse e che analoghe domande di assistenza stavano giungendo da tutto il territorio circostanze, telegrafò a Treviso chiedendo un aiuto che non arrivò mai.

Il 2 novembre, intorno alle 19:00, il Sindaco e Pisenti si recarono presso il Comando della 2a Armata al Castello di Porcia per un colloquio con il Capo di Stato Maggiore. Presentata la situazione della popolazione, venne fatta richiesta di una ulteriore distribuzione di viveri e di denaro per soddisfare la domanda degli operai dell’Amman. Poiché il Comando dichiarò di non avere risorse a disposizione, la decisione venne rimandata al giorno dopo.

Il 3 novembre Pisenti si recò a Padova per ottenere dal Comando Supremo i fondi per pagare gli operai. Il Segretario per gli Affari Civili del Comando telegrafò alla 2a Armata affinché disponesse che il Banco Ellero, ritenuto ancora aperto, versasse alle casse comunali 30mila lire. Venuto a sapere che il Banco era chiuso, Pisenti ottenne che fosse la 2a Armata a versare al Comune quanto possibile.

Nel frattempo, altre false notizie fecero ben sperare Policreti che, nel tentativo di dare conforto in una situazione disperata, rilasciò un nuovo comunicato alla popolazione circa l’arrivo imminente degli Alleati. Nelle stesse ore, però, gli eventi precipitarono.

Nella mattina del 4 novembre il Comando, avendo dato ordine ai soldati di ripiegare dalla linea del Tagliamento, mise a disposizione un camion militare per caricare e mettere in salvo quanti più documenti dell’Archivio comunale possibile. Vennero concessi gli ultimi anticipi di stipendio e distribuiti gli ultimi sussidi. Intorno alle 16, Policreti e il segretario lasciarono la città con una parte dell’Archivio.

Pisenti giunse a Pordenone un’ora dopo. Trovò una città deserta, con pochi cittadini rimasti e la sola Farmacia aperta. L’assessore passò la notte in Municipio, ricevendo i dirigenti della Società Telefonica Alto Veneto i quali lo avrebbero informato circa l’imminente distruzione della centrale. Alle 2:00 del 5 novembre fu il turno di un gruppo di donne che, rimaste bloccate, imploravano di lasciare la città. Accompagnate alla stazione, furono fatte salire con l’ultimo treno in partenza.

Nella notte venne interrotta anche l’energia elettrica. Mentre la linea del Tagliamento veniva completamente abbandonata, aerei austro-tedeschi sorvolarono e bombardarono, senza troppi danni, una città attraversata solo da mandrie di bestiame guidate da contadini speranzosi di condurle per tempo oltre il Piave. Nell’atrio del Municipio vennero ammassate tutte le provviste alimentari rimaste dalla distribuzione.

Con il sorgere del sole, gli ultimi militari rimasti distrussero e resero inutilizzabili gli stabilimenti industriali. Le cronache riportarono che Pordenone fu cinta “da un grande cerchio di fuoco”. Bruciarono il Cotonificio Amman e tutti i depositi di foraggio e legname, ma anche le strutture della Comina e, in lontananza di Aviano. Nel corso della mattinata il Municipio venne abbandonato. Nel pomeriggio, gli austriaci giunsero a San Vito e occuparono Fiume Veneto, Zoppola e altri paesi lungo la sponda orientale del Meduna, .

Il 6 novembre gli occhi dei circa 10mila pordenonesi rimasti “erano rivolti verso il Noncello, cioè verso la strada che veniva da Borgomeduna”. Tra le 8:00 e le 9:30 arrivarono i primi soldati imperiali attraversando due ali di folla composta prevalentemente da donne. Una voce si levò al grido “Viva i Tedeschi!”. Le truppe austriache si radunarono in Piazza XX settembre, che entro mezzogiorno fu completamente riempita. Nel pomeriggio fecero il loro ingresso in città i reparti tedeschi.

Iniziava così un anno di dura occupazione militare.


Per approfondire:

  • Cronaca Provinciale. L’amministrazione di Pordenone. Da Caporetto a Vittorio Veneto, “Giornale di Udine”, 12 Maggio 1919.
  • Fortunato Silvestri, Pordenone occupata. 1917-1918, De Bastiani Editore, Vittorio Veneto, 2018.
  • Paolo Gaspardo, Pordenone nella Grande Guerra. Il Friuli Occidentale dall’unità d’Italia al 1918, Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione, Pordenone, 1991.