L’anno è il 1331. Un frate francescano, noto come Odorico da Pordenone, fa ritorno a Udine in uno stato di salute tale da non lasciare speranze. La morte sopraggiunge entro pochi giorni a causa della stanchezza causata dai lunghi viaggi e della malattia. Eppure, alle sue spalle il frate lascia una testimonianza di valore inestimabile, dettata al confratello Guglielmo di Solagna, sotto richiesta del frate Guidotto, un anno prima presso la basilica di Sant’Antonio di Padova.

Il testo in questione è ricordato come l’Itinerarium, o la Relactio. Questo restituisce le memorie del viaggio di Odorico da Pordenone fino al Catai, la nostra odierna Cina, la quale era all’epoca dominata dai Mongoli. Il viaggio fa parte di una delle tante missioni evangelizzatrici dei francescani avviate in Oriente. Dopo il viaggio di Marco Polo, alcuni mongoli avevano cominciato ad aprirsi gradualmente all’idea di conoscere nuove culture e religioni. Ed è lì che si inserisce Odorico da Pordenone.

Odorico da Pordenone era da tempo stato ordinato sacerdote. Già da molto aveva iniziato a predicare in Italia quando gli fu affidato il compito di raggiungere l’Oriente. Una volta partito da Venezia per raggiungere Costantinopoli, si applicò con grande dedizione allo studio delle lingue orientali. Per tutta la durata del viaggio, il quale lo vide attraversare inizialmente le regioni dell’odierna Iraq e le città della Persia, fino a raggiungere il Golfo Persico e persino l’India, volle redigere un diario personale, poi conosciuto come il De Mirabilibus mundi, in cui tenne traccia dei suoi movimenti e dei suoi pensieri.

Questo diario funge per noi da preziosa risorsa per conoscere i costumi e le pratiche del tempo. In particolare riporta come Odorico da Pordenone trasse in salvo le reliquie dei beati martiri Tommaso da Tolentino, Jacopo da Padova, Pietro da Siena a Thana, oggi conosciuta come un quartiere di Bombay. Si trattava di tre confratelli che, accompagnati da Demetrio da Tiflis, un interprete laico, erano stati torturati e giustiziati lungo le foci dell’Indo poco tempo prima per aver predicato i princìpi cristiani. Il Beato Odorico prese le loro spoglie e le portò a Zaitun, nonostante fosse risaputo che trasportare le ossa dei martiri rappresentava all’epoca un grande pericolo.

Il suo viaggio lo condusse in posti lontani e inesplorati da altri francescani. Raggiunse il Borneo e l’arcipelago filippino; si ipotizza che sfiorò alcune isole del Giappone; visitò il Tibet e la sua capitale, Lhasa; infine vide con i suoi occhi la Persia e l’Armenia durante il tratto di ritorno a casa. Questo dopo che gli fu concesso un incontro con l’imperatore Yesün Temür Khan, il quale soggiornava a Khanbaliq, al giorno d’oggi conosciuta come Pechino. Qui visse tre anni sotto l’ala dell’arcivescovo Giovanni da Montecorvino.

Quando il Beato Odorico ritornò in Occidente aveva visto una buona parte dell’Asia e conosciuto le sue popolazioni e le sue tradizioni insieme al suo compagno di viaggio, il frate Giacomo. L’arcivescovo Giovanni da Montecorvino lo aveva incaricato di presentare un resoconto dettagliato al Papa, il quale lo attendeva ad Avignone. Inoltre Odorico avrebbe dovuto fare da intermediario per fare domanda al Papa per inviare altri 50 altri missionari nel Catai.

Odorico arrivò a Venezia e successivamente sostò per un breve periodo di tempo a Padova. Da lì avrebbe dovuto raggiungere Pisa e poi Marsiglia prima di proseguire per Avignone. Ma la malattia lo prosciugò di ogni forza e lo costrinse a fare ritorno a Udine, dove si spense quel fatidico giorno di gennaio del 1331. Solo nel 1755 fu beatificato da Benedetto XIV in virtù della sua instancabile condotta e della sua missione in Oriente.



Per approfondire:

  • Odorico da Pordenone, Relatio de mirabilibus orientalium Tatarorum, a cura di Annalia Marchisio, Edizioni del Galluzzo, Firenze, 2016
  • Teofilo Domenichelli, Sopra la vita e i viaggi del Beato Odorico da Pordenone, Editore Libraio, 1881.