Ci sono luoghi che non hanno bisogno di grandi introduzioni perché parlano da soli, con la lentezza paziente della storia e il mormorio dell’acqua. A Pordenone uno di questi luoghi è il ponte che da generazioni chiamiamo con un nome improprio, il Ponte d’Adamo e d’Eva, un soprannome diventato più autentico dell’etichetta ufficiale. Chi lo attraversa ogni giorno raramente pensa al fatto che sta camminando sopra una somma di secoli, ricostruzioni, invenzioni ingegneristiche e qualche disavventura degna di un romanzo.

Il ponte che vediamo oggi ha un passato tutt’altro che tranquillo. Le prime notizie sicure risalgono alla metà del Cinquecento, quando collegava il centro al borgo di San Giuliano con le sue tre arcate eleganti, tanto iconiche da finire nei dipinti di Calderari. Il Noncello però non è mai stato un fiume accomodante: una piena nel Seicento lo mise in ginocchio e, nonostante vari tentativi di riparazione, crollò definitivamente agli inizi del Settecento.

Per rimediare, nel 1761 si decise di costruire un ponte in muratura e venne chiamato Bartolo Ferracina, l’ingegnere che aveva firmato il ponte di Bassano. Progettò una struttura a una sola arcata, solida e slanciata, che funzionò per più di un secolo. Poi arrivò la Prima guerra mondiale e nel 1918, durante la ritirata, le truppe austro-ungariche lo minarono e lo fecero saltare.

Il primo dopoguerra trovò Pordenone in condizioni difficili: fabbriche semidistrutte, risorse poche, disoccupazione tanta. Proprio in quel contesto nacque un progetto ambizioso, pensato per rilanciare l’economia cittadina: ricostruire il porto fluviale a monte del ponte e riportare il Noncello alla sua antica funzione commerciale.

Per rendere possibile una navigazione continua, l’ingegner Augusto Mior immaginò una conca di navigazione a Visinale, nel comune di Pasiano. Una conca funziona come un ascensore ad acqua: la barca entra in una vasca chiusa, le porte vengono serrate e l’acqua sale o scende fino a raggiungere il livello desiderato. Nel suo disegno, questa struttura avrebbe permesso alle imbarcazioni di superare il dislivello del Noncello e arrivare fino al nuovo porto commerciale. Un espediente ingegnoso, pensato per rendere navigabile un tratto di fiume che altrimenti sarebbe rimasto off-limits per le barche più grandi.

Fin dalle prime fasi, però, emerse un problema: il vecchio ponte settecentesco era troppo basso per il transito dei natanti moderni. La soluzione fu drastica. Bisognava demolirlo e costruirne uno nuovo, più alto e più lungo, sfruttando le potenzialità allora all’avanguardia del calcestruzzo armato. L’obiettivo era permettere alle barche, anche quelle con alberi e comignoli, di raggiungere il porto senza ostacoli.

L’aspetto più innovativo del progetto era il tratto centrale del ponte, pensato in legno e smontabile. Quando serviva far passare imbarcazioni fuori misura, gli addetti comunali potevano rimuovere parapetti e impalcato. Il resto della struttura, invece, era un ardito esperimento in calcestruzzo armato: due grandi solette a sbalzo sostenute dai piloni laterali, senza continuità statica centrale. Una soluzione completamente nuova per la città.

La struttura portante era “scatolare”, composta da quattro nervature unite da solette superiori e inferiori. Un’idea audace, che attirò curiosità e qualche timore: quando il ponte fu completato nel 1925 e comparvero le prime fessure, molti pensarono che fosse destinato a cedere. La storia ha raccontato il contrario. Sebbene non regga più il traffico automobilistico, come passaggio pedonale continua a funzionare con una discrezione che gli dona quasi un carattere.

E viene spontaneo pensare a quante città abbiano un’opera così: un ponte nato da regole idrauliche, intuizioni visionarie e un pizzico di incoscienza tecnica. Chi ci cammina sopra non percepisce la complessità che lo ha generato; sente solo la naturalezza con cui collega le due sponde, come se fosse stato sempre lì.

In fondo, questo ponte è la dimostrazione di come una città possa cambiare senza perdere la memoria. A ogni attraversamento aggiunge un frammento alla sua storia collettiva, e chi lo percorre diventa parte di quel racconto che scorre, silenzioso e costante, insieme al fiume sotto ai suoi piedi.

 


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