Nel maggio del 1906, nei cantieri di Chioggia, venne varato un piccolo piroscafo destinato alla navigazione fluviale. Portava un nome simbolico: “Pordenone”. Era lungo appena ventidue metri, ma racchiudeva le speranze di un’intera città che, all’inizio del Novecento, stava vivendo una stagione di entusiasmo, crescita industriale e fiducia nel progresso.
Oggi di quel battello si sa pochissimo. Le fonti si interrompono quasi subito, come se il piroscafo fosse svanito nelle foschie del Noncello e nelle nebbie della laguna veneziana. La sua storia, anche se breve e incompleta, racconta però molto della Pordenone di quegli anni: una città che voleva sentirsi moderna, dinamica, collegata al mondo. I primi dieci anni del Novecento rappresentarono per infatti per la città un periodo di eccezionale sviluppo economico e demografico.
Nel 1903 venne inaugurata ai giardini pubblici una grande esposizione agraria, antesignana della futura Fiera Campionaria. Nell’ottica degli organizzatori, la sua realizzazione era finalizzata a mostrare le capacità industriali e produttive della città, sempre più orientata verso manifatture e innovazione.
Due anni dopo, nel 1905, arrivò il telefono grazie alla Società telefonica Alto Veneto, con sede proprio a Pordenone. La prima cabina telefonica cittadina trovò posto al pianterreno di Palazzo Badini, in piazza Cavour. Passare dal telegrafo e dal punto-linea alla voce rappresentava una novità a tutti gli effetti che allora doveva sembrare quasi fantascienza. Come pure il volo: nel 1910 la Comina divenne la sede della prima scuola italiana di aviazione civile, con tutto il fascino che la conquista dei cieli da parte dell’umanità comportava.
Contemporaneamente nascevano industrie e stabilimenti: il cotonificio Makò, la ferriera Licinio, nuove fornaci, una fabbrica di ghiaccio, la birra “Pordenone”. Le strade venivano ampliate, le piazze pavimentate, i quartieri crescevano. Tra il 1901 e il 1911 la popolazione cittadina aumentò di quasi quattromila abitanti.
Era un’epoca di ottimismo. E in quel clima anche il trasporto fluviale sembrò poter tornare protagonista. Per secoli i fiumi avevano rappresentato una delle principali vie di comunicazione della città. Il Noncello collegava infatti Pordenone alla laguna di Venezia, permettendo il trasporto di merci, legname e prodotti agricoli. Con l’arrivo della ferrovia, nella seconda metà dell’Ottocento, il traffico fluviale aveva però perso importanza. Eppure, all’inizio del Novecento, qualcosa sembrò riaccendere le speranze.
Nel 1899 era stata inaugurata a Vallenoncello la Fabbrica di Concimi, uno stabilimento che necessitava di collegamenti rapidi ed efficienti per il trasporto delle merci. Le merci dirette agli stabilimenti pordenonesi, infatti, spesso rimanevano ferme “giorni e giorni” alla Stazione Marittima di Venezia prima di poter essere inoltrate verso l’entroterra.
L’idea di rilanciare la navigazione commerciale tra Venezia e Pordenone tornò quindi di grande attualità. Fu in questo contesto che nacque il progetto del piroscafo “Pordenone”. Il 5 maggio 1906, nel cantiere del signor Fortunato Menetto a Chioggia, venne compiuto il varo del piroscafo “Pordenone”, costruito espressamente per la navigazione fluviale.
L’imbarcazione andava ad ampliare la flotta di rimorchiatori dell’armatore G. E. Salvagno, che puntava a rendere più rapido ed efficiente il trasporto commerciale tra Venezia e il Friuli occidentale. Più nello specifico, il “Pordenone” era stato progettato appositamente per affrontare le caratteristiche del fiume Noncello, con le sue anse strette e tortuose. Fatto di legno, la particolare forma dello scafo permetteva infatti il rimorchio delle barche anche nei tratti più difficili del percorso.
Dal punto di vista tecnico, il piroscafo disponeva di una potenza di 120 cavalli, misurava 22 metri di lunghezza e 4,8 metri di larghezza, con un pescaggio di un metro e mezzo. Il macchinario e le caldaie erano stati costruiti dalla Fonderia ed Officina Meccanica Neville, una celebre realtà industriale attiva a Venezia, tra le più specializzate dell’epoca.
Alla cerimonia del varo parteciparono importanti rappresentanti del mondo economico e istituzionale pordenonese: il conte Querino Querini, l’ingegner Damiano Roviglio e il dottor Meiners, presente in rappresentanza della Fabbrica di Concimi di Pordenone, probabilmente il soggetto più interessato allo sviluppo del trasporto fluviale.
L’obiettivo del piroscafo era chiaro: velocizzare il trasporto delle merci lungo la direttrice Venezia–Pordenone e rendere nuovamente competitivo il collegamento fluviale. In un’epoca in cui il motore a vapore rappresentava ancora il simbolo del progresso industriale, dotarsi di un piroscafo significava inserirsi dentro una rete commerciale moderna e competitiva.
Ciononostante, dopo l’entusiasmo iniziale, il silenzio. Le cronache dell’epoca non raccontano quasi nulla dell’effettiva attività del piroscafo “Pordenone”. Non sappiamo quanto abbia navigato, se il progetto commerciale abbia funzionato davvero o se le difficoltà economiche e logistiche abbiano presto spento quell’ambizione. Probabilmente la concorrenza della ferrovia, più veloce e ormai consolidata, rese poco conveniente investire ulteriormente sulla navigazione interna. Inoltre i corsi d’acqua friulani presentavano problemi di pescaggio, manutenzione e stagionalità che limitavano la navigazione commerciale moderna.
Così il piroscafo “Pordenone”, uno dei simboli della Belle Époque pordenonese, finì per diventare quasi un fantasma della storia locale: un progetto nato con grandi aspettative e poi dissoltosi senza lasciare molte testimonianze.
Per approfondire:
- Paolo Gaspardo, Pordenone nella Grande guerra. Il Friuli Occidentale dall’unità d’Italia al 1918, Società Operaia di Pordenone, Pordenone, 1991.
- Enzo Pagura, La fabbrica di concimi di Vallenoncello (PN), storiastorie.it
- Sulle condizioni della Marina mercantile italiana al 31 dicembre 1914. Relazione del Direttore generale della Marina mercantile a S. E. il Ministro per i Trasporti Marittimi e Ferroviari, Officina Poligrafica Italiana, Roma, 1916.
Foto: ricostruzione IA secondo la descrizione fornita dalle fonti.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.