A chi non è avvezzo alla materia, il termine “antropologia culturale” sembra di nicchia, adatto ad ambienti accademici e di ricerca, quasi incomprensibile e distante dalla vita di ogni giorno. Eppure questa disciplina è fondamentale per la comprensione di chi siamo. L’antropologia culturale è infatti lo studio scientifico delle culture umane, dei loro valori, simboli e pratiche sociali, volto a comprendere come le persone costruiscono e vivono la propria identità e il proprio mondo sociale. E a questo proposito, non ci sono dubbi: in Italia Carlo Tullio-Altan è stato una delle figure più autorevoli che l’abbiano mai esplorata e definita.
Nato a San Vito al Tagliamento il 30 marzo 1916, proveniente da una famiglia friulana legata da secoli alla storia sociale e culturale della propria terra, inizialmente destinato alla carriera diplomatica, Tullio-Altan compì studi in giurisprudenza a La Sapienza di Roma, laureandosi nel 1940 in diritto internazionale. La sua vita e la sua carriera subirono un radicale cambiamento con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale: inviato in Albania e poi attivo nella Resistenza, maturò un’esperienza civile e morale che segnerà per sempre il suo approccio scientifico e etico.
Dopo il conflitto, l’incontro con Benedetto Croce segnò l’ingresso di Tullio-Altan nel panorama culturale italiano. In quanto riferimento culturale, Croce influenzò il giovane studioso, avvicinandolo all’idealismo crociano e allo spiritualismo etico, ma il rapporto si interruppe su temi cruciali come il rapporto tra filosofia e religione, che Tullio-Altan volle indagare con metodo laico e rigorosamente scientifico.
Gli anni ’50 furono decisivi per la sua formazione antropologica. Sotto l’influenza di Ernesto De Martino e di altri studiosi europei, Tullio-Altan iniziò a considerare le religioni e le manifestazioni culturali come sistemi complessi, da analizzare non solo sul campo, ma attraverso un approccio teorico, filosofico e storico. Studiando fenomeni religiosi, simbolici e sociali, elaborò concetti che avrebbero caratterizzato tutta la sua opera: relativismo culturale, centralità dell’identità, e attenzione alle strutture di valori sottese ai comportamenti umani.
Nel 1961, Tullio-Altan ottenne la cattedra di Antropologia culturale presso l’Università di Pavia. Seguì un lungo percorso accademico che lo portò a insegnare a Trento, Firenze e Trieste, fondendo la didattica con la ricerca. La sua attenzione alle dinamiche sociali italiane lo portò a studiare la gioventù, le classi sociali e i valori culturali emergenti, con opere fondamentali come I valori difficili (1974) e Valori, classi sociali e scelte politiche (1976).
Il terremoto del Friuli del 1976 rappresentò per Tullio-Altan un’occasione per approfondire i processi identitari locali, intrecciando tradizione, modernizzazione e politica. In questo contesto analizzò anche i vizi strutturali della società italiana, come familismo, clientelismo e trasformismo, attraverso testi come La nostra Italia (1986) e Populismo e trasformismo (1989), che rivelano il suo approccio da “medico sociale”: diagnosi rigorosa e suggerimenti per la cura culturale di un Paese spesso refrattario all’autocritica.
Negli anni ’90, Tullio-Altan tornò all’analisi del simbolismo e delle religioni, con opere come Soggetto, simbolo e valore (1992) ed Ethnos e civiltà (1995). Qui approfondisce il concetto di ethnos, (cioè il senso di appartenenza a un gruppo) attraverso cinque elementi principali: la memoria collettiva (epos), i valori e le regole condivise (ethos), il linguaggio (logos), l’idea di discendenza comune (genos) e il legame con un territorio specifico (topos). Il suo intento era creare strumenti concettuali per comprendere e mediare i conflitti tra diverse identità culturali, promuovendo il rispetto delle differenze come base di convivenza civile.
L’ultimo periodo di attività lo vide confrontarsi con le religioni comparate, analizzando le diverse espressioni simboliche e culturali in testi come Religione, simbolo, società (1998) e Le grandi religioni a confronto (2002), ribadendo l’importanza di un approccio antropologico e laico nella comprensione delle culture altrui.
Carlo Tullio-Altan morì a Palmanova il 15 febbraio 2005. Pioniere dell’antropologia e intellettuale civile, il suo lascito più importante è la convinzione che la conoscenza su chi siamo e la riflessione critica sul mondo che ci circonda siano strumenti essenziali per il progresso civile.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.