Lisbona, 1940. Due coppie di ebrei americani, entrambe in attesa del transatlantico che le riporterà in patria (lontano dalle persecuzioni naziste), si conoscono al Café Suiça per puro caso. Julia e Pete Winters, così come Edward e Iris Freleng, hanno cercato in Europa una fuga dalla quotidianità: Julia è una donna “lesta e nervosa”, in fuga da un passato che preferirebbe di gran lunga non dover rivivere; Iris desidererebbe solo riuscire a tenere Edward, uomo sfuggente che porta sulle spalle la definizione di “genio”, legato a sé; Peter è, forse, il più pacato dei quattro, e fa il mestiere più banale del mondo: vende auto in una concessionaria. A chiunque li osservi, entrambe paiono coppie assolutamente ordinarie, ma la crisi sentimentale e affettiva che le divide emergerà non appena i quattro protagonisti, soggiornanti in due alberghi con lo stesso identico nome, verranno a contatto.

David Leavitt, che salendo sul palco sorprende il pubblico con un italiano piuttosto fluente (frutto dei tanti anni passati a Roma), decide di leggere lui stesso la prima pagina del romanzo: incipit che convince e, sopratutto, incuriosisce. Frutto di almeno sei anni di lavoro – Leavitt si è infatti recato a Lisbona per la prima volta nel 2009 – il romanzo è indubbiamente storico, anche se allo stesso tempo ne scardina i canoni di base.  Costruito sull’importanza dell’ambientazione e dei dettagli, I due hotel Francfort ricorda quasi un brano musicale; lo stesso Leavitt precisa che un brano in particolare (un intermezzo di Brahms), suonato nel romanzo, ne riassume l’intera struttura: dopo un inizio di crescente tristezza e ansia, si conclude con un senso di “trionfo”.

La riflessione di Leavitt, guidata dalle domande di Loredana Lipperini, si sviluppa su due diversi fronti: quello del Portogallo di Salazar (che viveva una dittatura in tutto simile a quella mussoliniana), e quello della politica d’immigrazione americana.

Lisbona era, negli anni ’40, una città neutrale: fuori infuriava il conflitto, ma i protagonisti del romanzo sono inseriti in un contesto quasi parallelo, un’ affascinante e confortevole bolla, un limbo da cui non uscire mai. Leavitt si sofferma dunque moltissimo anche sulla caratterizzazione storica della città, che proprio in quell’anno ospitava anche l’esposizione universale e si ispirava, nell’architettura come nella propaganda, al fascismo italiano. Leavitt ci racconta una Lisbona che è, in tutti i sensi, “la fine dell’Europa”, dove però (nonostante tutto) le coppie di anziani hanno ancora il coraggio di passare le serate danzando.

Impossibile, in questo contesto, non pensare all’ondata di migranti che in quegli anni investiva gli Stati Uniti: Leavitt precisa che quello dell’America “che accoglie” è un mito infondato, e non tardano a presentarsi i paralleli con la situazione odierna. L’Europa, un tempo terra di emigranti, è diventata punto d’arrivo per i profughi di oggi, ma questa è l’unica cosa ad essere davvero cambiata: in entrambi i contesti, dice Leavitt, prevalgono la paura, l’ansia, l’agitazione. Il tema è trattato, nel romanzo, solo marginalmente, ma è giusto che emerga e fornisca al lettore uno spunto di riflessione.

Alla fine dell’incontro, Leavitt parla di sé e della propria generazione di scrittori: da giovane esordiente americano, era facile sentirsi etichettare, dagli italiani, come “minimalista”. Si definirebbe certamente “modesto” (almeno rispetto alla generazione di scrittori degli anni ’20 e ’30) e più orientato verso una letteratura che racconti il domestico e il quotidiano, ma rifiuta (almeno in parte) l’aggettivo che gli era stato attribuito. E parlando delle proprie regole di scrittura, che oggi insegna ai suoi studenti, precisa senza esitazioni quale sia la più importante di tutte: “the rule above rules: be disobedient” (“una regola su tutte: siate disobbedienti”). 

Dal pubblico gli viene infine chiesto se, negli anni, l’approccio all’omosessualità nei suoi romanzi sia cambiato. Leavitt risponde che, negli anni ’80, essere omosessuale era ancora un qualcosa di fuori dall’ordinario: essere eterosessuali era la norma, e ci si aspettava che chi non lo era lo dichiarasse esplicitamente. Con il tempo, l’attenzione si è spostata dal coming out in sé ad altri aspetti dell’amore omosessuale: questa, per Leavitt, è stata “una liberazione”. E, per quanto riguarda il traguardo delle unioni omosessuali in Italia, lo scrittore ci invita a non perdere la speranza: egli stesso era convinto che, negli Stati Uniti, un risultato simile non sarebbe mai stato raggiunto.

“Be patient, and fight.”

 

 

Lascia un commento