Per lungo tempo Pordenone è stata una città industriale. La sua storia industriale locale, però, non riguarda solo gli stabilimenti ma comprende anche competenze tecniche, imprese e innovazioni che hanno permesso alla città di rinnovarsi nel tempo. Da questa prospettiva nasce Per filo, per segno, la mostra dedicata a Luciano Savio e al legame tra industria tessile e comunicazione visiva inaugurata al Palazzo del Fumetto il 16 ottobre e visitabile fino al 29 marzo 2027 come parte del percorso verso Pordenone Capitale italiana della Cultura 2027.

Il racconto parte da una vicenda imprenditoriale lunga oltre un secolo. Nel 1909 Marcello Savio, tecnico esperto del settore tessile, aprì a Pordenone un’officina meccanica. Il figlio Luciano entrò presto nell’attività e ne prese la guida nel secondo dopoguerra, orientandola verso la progettazione e la produzione di macchinari per la lavorazione dei filati. Da officina di riparazione, la Savio divenne così un’impresa competitiva sui mercati internazionali.

La sua storia procede insieme a quella della città: con il declino dei cotonifici tradizionali, le competenze maturate nelle fabbriche trovarono nuove applicazioni nella meccanica. La Savio è uno degli esempi più importanti di questo passaggio in cui Pordenone, oltre a produrre tessuti, progettava tecnologie per consentire ad altre industrie, italiane e straniere, di realizzarli.

Il pregio della mostra è mostrare ciò che di solito resta nascosto dietro la moda. Il percorso, non concentrandosi solo sulle macchine tessili, affianca alla storia dell’azienda manifesti pubblicitari del Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, che illustrano l’evoluzione della comunicazione commerciale tra la fine dell’Ottocento e il Novecento.

Le opere di artisti e cartellonisti come Marcello Dudovich e Armando Testa mostrano come tessuti, abiti e accessori siano stati promossi con linguaggi grafici diversi, in sintonia con i gusti e i cambiamenti culturali delle varie epoche. I manifesti, già classificabili come opere d’arte, rappresentano delle chiavi di lettura per comprendere la storia dei prodotti, delle aziende e dei consumi. In altri termini, la cultura visiva è (stata) parte integrante dello sviluppo economico.

La mostra unisce così la tecnologia per produrre i filati, la lavorazione dei tessuti, la creazione degli abiti e la loro promozione pubblicitaria in un unico percorso collegato proprio da un filo. Questa rete di competenze aiuta a spiegare il successo internazionale della moda italiana, spesso associato agli stilisti ma sostenuto da un sistema produttivo molto più ampio che in Pordenone ha avuto uno dei capofila nazionali.

La cornice del Palazzo del Fumetto completa il quadro: al piano inferiore la mostra prosegue con l’esposizione del fumetto dedicato alla vita di Luciano Savio, ad opera di Luca Barbieri e Alberto Della Libera. I disegni ripercorrono la vita e le idee del capitano d’industria, in un tentativo di avvicinare le nuove generazioni a una vicenda che potrebbe sembrare lontana dalla sensibilità attuale ma che rappresenta un indice della “pordenonesità” e della particolare cultura imprenditoriale che la contraddistingue.

Il percorso privilegia il rapporto tra innovazione tecnologica, produzione tessile e comunicazione visiva, lasciando sullo sfondo il più ampio contesto economico e sociale in cui queste esperienze si svilupparono. Si tratta di una scelta comprensibile, considerato il tema e il fine dell’esposizione, che tuttavia delimita la prospettiva del racconto. Un maggiore riferimento alle trasformazioni della società avrebbe potuto contribuire a collocare le vicende imprenditoriali in un quadro storico ancora più articolato, mostrando come lo sviluppo industriale sia il risultato dell’incontro tra iniziative individuali, competenze tecniche e condizioni storiche più generali.

In sostanza, Per filo, per segno ricostruisce i legami tra produzione, arte e società, mostrando quanto queste dimensioni siano intrecciate nella storia industriale di Pordenone. La mostra offre così l’occasione per riflettere su un’identità che non si esaurisce nelle imprese e nelle loro innovazioni, ma prende forma anche nel contesto storico in cui si sono sviluppate.

È in questa prospettiva che il patrimonio industriale può diventare uno strumento per comprendere non soltanto il passato della città, ma anche il significato che conserva nel presente.