Per secoli, a Pordenone, ammalarsi significava affidarsi non solo alla scienza medica del tempo, ma anche alla carità, alla reputazione personale del medico e alla solidità delle casse comunali. Potremmo in un certo senso dire che la storia dei medici pordenonesi rappresenta il racconto di come una comunità abbia cercato, tra epidemie, povertà e trasformazioni sociali, di costruire un sistema sanitario moderno.
Nel Medioevo, la professione medica era tutt’altro che regolamentata. Chiunque poteva improvvisarsi guaritore, con conseguenze spesso disastrose. Solo a partire dal XII e XIII secolo comparvero le prime norme che imponevano studi universitari, esami e licenze per esercitare la medicina. Nascevano così le prime università mediche e la figura del medico laureato prendeva forma giuridica e sociale.
Anche a Pordenone, però, la medicina restava profondamente intrecciata con credenze antiche. La teoria dominante era quella “umorale”: le malattie erano causate dallo squilibrio dei quattro umori del corpo (bile nera, gialla, flegma e sangue). Diagnosi e prognosi si basavano soprattutto sull’osservazione delle urine, del polso, del colorito della pelle e persino della posizione del malato nel letto. Il medico medievale, raffigurato con la celebre “matula” — il recipiente di vetro per le urine — era quasi metà scienziato e metà interprete di segni misteriosi.
Proprio in questo contesto nacque la figura del “medico condotto”, cioè stipendiato dal Comune per assistere gratuitamente poveri e infermi. Pordenone adottò molto presto questo sistema: il medico pubblico veniva pagato in parte dalla Comunità e in parte dagli ospedali e dai luoghi pii cittadini. Era una forma embrionale di assistenza sanitaria pubblica.
Nel Quattrocento e Cinquecento emersero figure di grande prestigio. Paolo Bagellardo, originario di Fiume Veneto, pubblicò nel 1472 uno dei primi trattati europei di pediatria, dedicato alle malattie infantili. Girolamo Fracastoro, ospite a Pordenone nel XVI secolo, fu invece il primo medico a intuire il concetto di contagio nelle malattie infettive, anticipando di secoli la microbiologia moderna.
La città, però, pretendeva molto dai suoi medici. Gli stipendi erano spesso insufficienti e pagati in ritardo. Bartolomeo Ovio, medico condotto alla fine del Cinquecento, vide il proprio salario aumentare progressivamente grazie alla fama acquisita, fino a lasciare Pordenone per un’offerta più vantaggiosa a Portogruaro.
Tra i medici più amati dalla popolazione spicca Valentino Marchetti, che esercitò per quasi quarant’anni nel Settecento. Era stimato per competenza e umanità, ma dovette persino scrivere al Consiglio cittadino per reclamare stipendi arretrati e difendere la dignità della propria professione. Quando nel 1778 vinse un prestigioso concorso a Udine, Pordenone gli aumentò lo stipendio pur di trattenerlo. Alla sua pensione — la prima concessa ufficialmente a un medico cittadino — la popolazione reagì con grande commozione.
Con la crescita demografica della città, un solo medico non bastava più. Nel 1782 venne istituita una seconda condotta medica. I problemi economici, però, erano tali che uno dei nuovi medici lavorò per un anno intero senza stipendio ufficiale. Per trovare i fondi necessari, il Comune arrivò perfino ad abolire la carica del maestro di cappella cittadino.
Tra Settecento e Ottocento, la medicina pordenonese produsse figure di livello europeo. Andrea Comparetti, nato nel 1745, fu professore all’Università di Padova e fondatore della clinica universitaria moderna, introducendo l’insegnamento al letto del malato. Vincenzo Pinali, altro grande clinico ottocentesco, studiò tubercolosi, colera e polmonite con approccio scientifico rigoroso, raccogliendo dati statistici per anni: un metodo che anticipava la medicina moderna basata sull’osservazione sistematica.
Accanto ai grandi studiosi, però, Pordenone ricorda soprattutto medici profondamente umani. Pietro Spangaro, garibaldino, scultore e filantropo, visitava i poveri gratuitamente distribuendo agli ammalati il cibo ricevuto come compenso. Luigi Andres, medico condotto tra Ottocento e Novecento, era noto per assistere silenziosamente le famiglie bisognose anche dopo il pensionamento.
Da queste vicende emerge come la medicina non fosse mai ridotta a un insieme di procedure tecniche o di conoscenze scientifiche. Al contrario, a Pordenone come nel resto d’Europa, nel corso dei secoli, la figura del medico ha spesso coinciso con ruoli molteplici — studioso, amministratore, punto di riferimento civico e, in molti casi, intermediario delle fragilità quotidiane della comunità.
In questa pluralità di funzioni, più che nelle singole innovazioni scientifiche, si può riconoscere una delle tracce più persistenti lasciate dalla medicina nella storia popolare (e non solo) della città.
Per approfondire:
- Flavio Dellarole, Medici a Pordenone, in “Il Noncello”, 41 (1975), pp. 63-82; 42 (1976), pp. 5-32.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.