La parola viaggio proviene dal francese antico veiage, che deriva a sua volta dal viaticum latino, ciò che si porta con sé quando ci si sposta da un luogo verso un altro, ovvero le provviste e quant’altro necessario per intraprendere un viaggio. Inizialmente, il viaggio era considerato un percorso vero e proprio, un iter, un cammino, ma, col passare del tempo, lo spostamento motivato da doveri, obblighi, piaceri e guadagni è diventato una parte fondamentale dell’esistenza umana indipendentemente dalla sua durata.

Il viaggio presuppone una dimensione che si leghi tra il reale e il fantastico, tra quelle pagine, un po’ macchiate d’inchiostro e stropicciate, riposte nei cassetti della memoria dei viaggiatori e ciò che piove nella loro «alta fantasia». Il formarsi della memoria di viaggio nasce nella scrittura storica di annali, di scritture di cronaca e nelle chansons de geste; sviluppandosi ulteriormente grazie alle memorie private e soggettive. Il tema del viaggio è la condizione per eccellenza dell’incontro e dello scontro fra la propria identità e quella altrui, fra un abitudinario e uno straordinario che si intrecciano tra loro creando un tempo diverso, scandito dai movimenti del viaggiatore e dalle sue molteplici direzioni e destinazioni, che merita di essere impresso su carta e divulgato.

Dal XVII secolo, l’Italia è diventata una delle mete fondamentali del Grand Tour, un lungo viaggio condotto da aristocratici, e in seguito da giovani di buona famiglia, nell’Europa continentale, che aveva lo scopo di perfezionare la loro formazione culturale. L’Italia, con la sua storia e i suoi monumenti, era una delle mete privilegiate da questo tour, che permetteva ai giovani viaggiatori di attingere ai tesori della cultura, dell’arte e dell’antichità. Il fine dei viaggiatori non era l’erudizione pura, ma la formazione onnicomprensiva.

Il Grand Tour prevedeva il giro dell’Italia da Bologna fino a Napoli; l’Italia meridionale non era considerata e, da Napoli, il viaggiatore ritornava a Roma, per poi costeggiare l’Adriatico, passando per Bologna, fino ad arrivare a Venezia. La visita a Venezia poteva essere collocata al termine o all’inizio del tour, solitamente la stagione preferibile per recarvisi era la primavera, oppure durante le feste pasquali e di Carnevale, mentre il periodo estivo era sconsigliato.

Fra le testimonianze di viaggiatori illustri, si può citare il Journal du voyage de Michel de Montaigne en Italie, par la Suisse et l’Allemagne, en 1580 et 1581, pubblicato nel 1774 e redatto in parte in italiano, che descrive una Venezia diversa da quella degli eruditi e dei poeti, un po’ meno ammirata per la sua arte, ma ritenuta interessante per la sua realtà socio-economica.

Il filosofo Michel de Montaigne, per combattere la calcolosi renale di cui era afflitto, fa un lungo viaggio in Francia, Svizzera, Germania e Italia. Nel 1580, giunge nell’Italia settentrionale e, dopo essersi recato a Padova, arriva a Venezia il 5 novembre. Poco dopo il suo arrivo, si reca presso l’ambasciatore francese du Ferrier, il quale lo accoglie in modo ospitale. Montaigne inizia a frequentare soltanto francesi, poiché ritiene che i veneziani siano sospettosi; è lo stesso ambasciatore a sottolineare che egli debba diffidare da qualsiasi gentiluomo che voglia intrattenerlo per più di una volta.

Montaigne non si lascia rapire dall’incanto della città, che definisce «un po’ meno ammirabile», tuttavia ne apprezza e riconosce con diligenza alcuni aspetti peculiari, come la forma di governo, la posizione, l’Arsenale, San Marco e gli stranieri, la cui folla rappresenta un crogiuolo di nazionalità. Venezia è un’oligarchia, mentre in tutta Europa ci sono soltanto monarchie; è l’unica città al mondo che si trova in mezzo ad una laguna e dove è possibile spostarsi soltanto in barca. L’Arsenale, il luogo deputato alla costruzione delle navi, ha incantato anche lo stesso Dante che, nel Trecento, si è recato a Venezia, doveva ha potuto osservare dal vero la tecnica con cui i veneziani costruivano le navi. Infatti, nel XXI canto dell’Inferno, per spiegare la pena riservata ai barattieri, l’immersione nella pece bollente, Dante evoca proprio un’immagine dell’Arsenale di Venezia:

«Quale nell’Arzanà de’ Viniziani

bolle l’inverno la tenace pece

a rimpalmare i legni lor non sani»

(Inferno, XXI)

Durante il suo soggiorno, Montaigne riceve un libricino di lettere, Le lettere familiari a diversi, da Veronica Franco, una famosa cortigiana e poetessa raffinata del tempo. L’epistolario, pubblicato dalla Franco nel 1580, raccoglie cinquanta missive personali ed è uno dei primi esempi di raccolta di lettere al femminile; questo genere stava diventando di moda ed era divenuto un nuovo modello di stile. I primi a raccogliere libri di lettere, non a caso a Venezia, sono stati Pietro Bembo e Pietro Aretino; in particolare, fu quest’ultimo ad avviare una vera e propria impresa editoriale, che culminò nella pubblicazione, nel 1538, delle Lettere, volgari e familiari, dedicate al duca d’Urbino.

Nonostante Veronica Franco sia una gentildonna molto conosciuta per la sua proverbiale bellezza, questa non basta ad accecare gli occhi di Montaigne, che afferma di non riconoscere, tra le veneziane, quei canoni estetici tanto decantati e ammirati dai suoi contemporanei: si diceva che le veneziane fossero molto belle, morbide, candide, bionde e che indossassero tese di cappello per coprire il proprio volto, eppure Montaigne non le ritiene all’altezza delle altre bellezze europee, nonostante siano agghindate come principesse.

Dopo aver noleggiato una gondola, per ben due lire, Montaigne esordisce che i viveri, a Venezia, siano cari come a Parigi. Per due scudi, insieme ai suoi bagagli, il 12 novembre torna a Fusina, e riparte in direzione Padova. Montaigne è deluso dal suo breve viaggio: a Venezia non trova la bellezza delle donne tanto declamata e ricercata, i monumenti non lo colpiscono abbastanza, seppur li scruti con attenzione, e pare che soltanto la realtà economica sia da considerare degna di nota.

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