Oggi è il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricorrenza annuale istituita nel dicembre 1999 dall’Assemblea generale della Nazioni Unite.

Un uomo violento rappresenta solo se stesso, ma la violenza di genere ci riguarda tutti e tutte da vicino, è una violenza sistemica, non un problema marginale culturalmente o geograficamente determinato.
La violenza sulle donne rappresenta lo specchio di questa società fondata – ancora nel 2017 – sul potere maschile, sull’esasperazione di quest’ultimo, il quale si infiltra nei contesti politici, economici, nelle relazioni pubbliche e private. La diretta conseguenza di tutto ciò sono gli stereotipi di genere che innervano l’intera società di cui ognuno di noi fa parte.

L’opinione comune e gli interventi istituzionali hanno sempre posto il focus su singoli problemi quali il femminicidio, lo stalking o la violenza domestica, sminuendo il problema, relegando la violenza ad un fatto privato che non comprende l’intera società, utilizzando il tema in maniera retorica per una parità che risulta tale solo sul piano formale. La violenza riguarda tutti noi, donne, ma soprattutto gli uomini, anche quelli “non violenti”, poiché come società siamo spettatori e fautori della prepotenza e della dicotomia tra femminile e maschile che ingabbia gli individui in schemi e stereotipi di genere.

Paolo de Paoli, giornalista de L’Espresso, si interroga sul ruolo degli uomini riguardo la violenza sulle donne e nel suo illuminante articolo Maschismettiamola di taceresulla violenzacontro le donne (L’Espresso, 25 Settembre 2017) afferma:

È difficile, direi quasi impossibile, che un essere umano maschio non conosca e non abbia almeno sfiorato questa o quella forma di prepotenza. La spia di un radicatissimo sentimento gerarchico dei rapporti fra sessi. Una spinta a dominare, a controllare, a pensare una relazione in termini di possesso.

È dunque sul «sentimento gerarchico dei rapporti fra i sessi» che le istituzioni devono combattere e noi cittadini e cittadine dobbiamo impegnarci ogni giorno affinché questi stereotipi vengano meno.

 

Un ripensamento che forse deve partire innanzitutto dall’educazione, dalla scuola e dall’università, che devono schierarsi in prima linea contro gli stereotipi di genere nei sistemi educativi e formativi.

Ruolo essenziale è relegato ai mass media, i quali, come viene sottolineato nella Convenzione di Istanbul contro la violenza nei confronti delle donne:

Il piano nazionale contro la violenza di genere prevede la sensibilizzazione degli operatori dei settori dei media per la realizzazione di una comunicazione e informazione, anche commerciale, rispettosa della rappresentazione di genere (v. anche ante art. 13) e, in particolare, della figura femminile anche attraverso l’adozione di codici di autoregolamentazione da parte degli operatori medesimi (art. 5, comma 2, lett. b), DL n. 93/2013).

Al riguardo, il d.lgs. 70/2017, adottato sulla base della L. 198/2016 e recante ridefinizione della disciplina dei contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici, ha inserito fra i requisiti per l’accesso ai contributi l’impegno ad adottare misure idonee a contrastare qualsiasi forma di pubblicità lesiva dell’immagine e del corpo della donna, specificando che lo stesso impegno è assunto anche attraverso l’adesione al Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale.

Infine, spetta a noi cittadinini e cittadine contrastare ogni giorno, nel nostro quotidiano, tutte le forme di stereotipi di genere, di affermazione della contrapposizione determinata tra maschile e femminile che in modo subdolo e sottile si insidia nella nostra esperienza di vita. Solo in questo modo, solo in una società che non costruisce alibi, che non relega la violenza alla dimensione privata, ma la riconosce come nervatura centrale della comunità sociale, si possono eliminare gli stereotipi di genere, causa primaria della violenza sulle donne

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