L’altro giorno bevevo un Moscow Mule seduto al bancone dell’Old Pub. Erano quasi le sette di sera – decisamente presto per iniziare a bere -, ma il Moscow Mule ha la capacità di scivolare dentro il corpo nascondendo il calore dell’alcool, restituendo solamente il sapore agrodolce del lime.

Dall’altra parte del locale una coppia di ragazzi litigava animatamente. All’improvviso lei si mette a piangere. La cameriera porta due mezze pinte di birra rossa – Kilkenny a giudicare dal rosso chiaro -; lui l’abbraccia, stringendole delicatamente il fianco sinistro. Passa qualche minuto, fino a quando, allungando lo sguardo, noto che il ragazzo sta cancellando dei messaggi sul suo telefono, sotto gli occhi della ragazza.

Senza riflettere più di tanto, ipotizzo che la causa scatenante del litigio sia stata la gelosia. Una di quelle emozioni che definiamo sociali, perché garantiscono un impatto diretto e decisivo nei confronti dell’interlocutore. E c’è subito un’altra di queste emozioni che decido di collegare a quanto ho visto: la vergogna. Riassumendo: la gelosia ha scatenato il litigio, mentre la vergogna, sia di lei – per essere stata in qualche modo “tradita” -, sia di lui per essere stato scoperto -, ha cauterizzato il problema. Così ho cominciato a pensare alla vergogna.

Non è mai un sentimento privato, neppure quando si manifesta all’interno delle mura coniugali e/o domestiche, e tanto meno lo è qui, nella cerchia ristretta di una conversazione semi-privata quale quella dei due ragazzi. Anzi, in una collettività, soggetto co-esperienziale della vergogna in un dato caso, essa è ancor meno privata, ma ancor più pubblica – e le guance si tingono di rosso.

E forse è proprio per l’intrinseca pubblicità della vergogna che finanche due padri della letteratura italiana come Petrarca e Dante hanno deciso di instillarvi l’humus da cui poter disegnare la rispettiva fenomenologia d’amore (e non solo). Basti pensare al celebre verso «di me medesimo meco mi vergogno» nel sonetto proemiale del “Canzoniere”, in cui l’autore aretino dichiara la sua personale vergogna per aver dedicato parte della sua vita al culto dell’amore per una donna – imbarazzo per certi versi simile a quello che anche Dante riserva al suo amore per Beatrice nella “Vita Nova”. Altresì, la letteratura – sia italiana che europea – brulica anche di nemici e nemiche della vergogna: dalla Madame Bovary di Flaubert alla figura biblica di Eva; da Anna Karenina a  Medea. Tutte donne che dipanano la loro esistenza tratteggiando l’antica dialettica antinomica amore-vergogna.

Ma asserita la natura “pubblica” della vergogna, essa può essere rivolta esclusivamente verso noi stessi?
La risposta è semplice: sì, dal momento che l’uomo è animale sociale. Sicché, Gozzano, nella sua famosa poesia “La signorina Felicita ovvero la Felicità”, racconta «mi vergogno, sì, mi vergogno d’essere un poeta![…]» perché, banalmente, ha degli interlocutori cui rivolgersi. Pertanto, un naturale collegamento conduce il mio ragionamento al tema della solitudine – quella che lo stesso poeta crepuscolare lascia sulla sfondo dei suoi versi.

La pubblicità della vergogna è tale da detronizzare la solitudine dalla sua sfera di influenza, implicando sempre e comunque un contesto sociale nel quale si può porre in essere. Questo illustra, per esempio, come finanche molteplici civiltà si siano sviluppate conservando il nettare vitale dell’Aidòs – il termine che in greco significa vergogna – come struttura portante della propria identità sociale. Valore – quello dell’Aidós – che innerva persino i più importanti eroi dei poemi omerici: «Aideomai» («mi vergogno») dice Ettore ad Andromaca nella struggente scena del loro addio.

La vergogna racchiude nel suo etimo quel contesto sociale al quale si può facilmente avviluppare l’identità di una civiltà. Tuttavia, nella stessa significanza del termine vergogna troviamo un limpido richiamo al tema della solitudine, che lega indissolubilmente le due parole, nonostante, per le ragioni sopraddette, risultino antitetiche in questo contesto semantico.

Ebbene l’etimo della parola italiana “vergogna” deriva dal vocabolo latino verecundia che, al suo interno, contiene la radice del verbo latino deponente vereor, “ho timore”.  Viene allora da chiedersi se la vergogna non sia altro che la paura della solitudine, ossia un modo per determinare un contesto sociale nel quale vivere. D’altronde Cicerone – il primo ad  utilizzare il termine verecundia nell’accezione che più si avvicina a quella dei giorni nostri – sosteneva l’intrinseca natura umana della vergogna, ovvero la indicava come suo carattere distintivo.

La vergogna necessita di un soggetto estraneo all’io, che gli faccia al contempo da specchio. Implica inoltre una sorta di patto referenziale: sradica la contingenza della solitudine, asserendo la presenza costante di un io a specchio del primo. Dunque, è un’emozione che si prova solo in relazione al non-io dell’io. Per spiegarmi meglio: Sartre sosteneva che, se sono da solo, e faccio qualcosa di deplorevole, questo non lo giudico tale, ma se invece la mia condizione non è più singola, allora diffondo il mio senso di vergogna. Essa, quindi, va quasi a descrivere la condizione di libertà di un individuo. Asserendola secondo Sarte: non si può essere liberi senza l’altro.

Senza dubbio, la vergogna illumina spazi pochi conosciuti dell’animo umano. Ma occorre ricordare quanto racconta Terenzio nella commedia “I fratelli”: «È arrossito; tutto a posto» – per cogliere la bellezza di quest’emozione. Che è libera e fedele; e rende l’uomo coscientemente responsabile davanti alla società.

Ma meglio che torni a bere il mio Moscow Mule, prima di pensare ancora.

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