In questi giorni esce in sala una pellicola che sarà sicuramente protagonista ai prossimi premi Oscar: Birdman di Alejandro González Iñárritu.

Si parla di un uomo “alato” che guarda il mondo dall’alto, non per presunzione o prepotenza, ma per riuscire finalmente a conoscersi. Il momento in cui spiccherà il volo lo libererà dai suoi fantasmi, facendolo elevare a più di un semplice burattino in mano alla folla. Non un semplicemente racconto sulla rinascita artistica di qualcuno, ma una speranza nel nostro oggi. Birdman è un film frenetico, “rumoroso” fin dalla colonna sonora jazz, pieno di pensieri, parole e personaggi, per alla fine ridursi ad un film sull’esistenza. E’come se fossimo nel cervello di Riggan Thomson, il personaggio interpretato magnificamente da Michael Keaton, che lotta per non invecchiare e quindi si scontra con i tanti pensieri e le moltitudini di stimoli che arrivano dall’esterno. Iñárritu gioca con la menzogna, di chi si auto convince di essere altro, di chi vorrebbe ribellarsi ma in fondo sa di stare bene così, di chi millanta novità sapendo di mentire, su tutto il finto piano sequenza continuo, che si sgama quasi subito ma che illude.
Birdman siamo noi che lottiamo ogni giorno per non cadere, e per farlo ci aiutiamo con l’atto solitario di parlare da soli: soli ci si ascolta, a volte non ci si capisce ma ci si aiuta ad affrontare la vita. Sembra un discorso paranoico o esagerato, ma è quello che emerge dai soliloqui di Keaton, e che rendono Birdman un limpido trattato empatico sull’oggi. Un attacco, anche, alle posizioni radicali: utilità dei social network, messa in scena della farsa, importanza dell’arte sul bieco intrattenimento, la popolarità acquisita e quella meritata. Un lavoro libero e finalmente “nuovo”, che farà storcere il naso a chi cerca la perfezione anche dettata dalle emozioni, ma che ti catapulta in un mondo schizzatamente reale. Finalmente un Inarritu autentico, senza i patetismi inutili dei suoi ultimi lavori, e che si diverte … semplicemente un gran film!

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