Ho tra le mani un volume di trecento pagine fatto tutto di poesie. E sono non poesie qualunque, ma opere di autore non solo friulano ma, più nello specifico, un vero e proprio pordenonese. E il fatto mi sconcerta un po’. Forse per quella tendenza, purtroppo comune a qualsiasi abitante di Pordenone, di sminuire ogni risultato positivo o degno di nota prodotto da qualche compaesano. Non per cattiveria, ma più probabilmente per un eccesso di umiltà.

Parlare della poesia di Ettore Busetto non è una cosa semplice […]”. Queste parole, a introduzione del  libro che raccoglie l’opera poetica dedicata proprio a Busetto – poeta de noi altri – ci lasciano, di primo acchito, un po’ perplessi: pare quasi strano che un pordenonese abbia, innanzitutto, scritto qualcosa di complesso (pensiero anch’esso vittima dell’umiltà friulana) , poi che sue numerose poesie parlino proprio della Pordenone che vediamo tutti i giorni.  E questo ultimo elemento rende particolarmente difficile capire come queste possano essere complicate. E in effetti, a una prima lettura, non lo sono. ‘

Facciamo un po’ di chiarezza:  è probabile che ben pochi lettori, dato il largo numero di giovani seguaci de L’Oppure – Pordenone, conoscano il Sior Busetto. E questo è più che comprensibile: conoscere un poeta minore, inevitabilmente estraneo alle pagine dei libri scolastici, e ormai pure lontano dai nostri giorni, non è cosa comune. Ma sono sicuro che tra i Pordenonesi D.O.C., il nome circola. O almeno tra coloro che sono nati e vissuti tra le porte della città tra il 1909 e il 1978, rispettive date di nascita e di morte dell’autore, i quali potrebbero anche vantarsi di averlo conosciuto.

Sta di fatto che la poesia di Busetto orchestra con ironia un sipario in stile Spoon River dei luoghi di Pordenone: compare la Caletta del Cristo, il Campanile di San Marco e… udite udite: Peratoner! Ambienti non isolati, non amene campagne, no. Sono luoghi dove la vita scorre, con le (aimè, lo diciamo ancora oggi!) sempre le solite persone. E le poesia ci parlano anche di loro.

Parlare della Poesia di Busetto “non è una cosa semplice” perché la sua capacità di osservare “Quei cantoni veci, pieni de ricordi”, ci fa riflettere sulla città che tutti conosciamo, ma che pochi dicono di amare. E che scopriamo di  conoscere meglio di quello che crediamo. Quella città che ci dà la “o” aperta che fa tanto ridere chi non è di Pordenone; quella città della quale ci lamentiamo perché sembra essere senza vita; quella città in cui piove sempre. E la pioggia non piace a nessuno.

A leggere di chi Pordenone l’ha amata, e con il essa il suo territorio, finisce che ci innamoriamo (almeno un po’) anche noi della città e del nostro territorio.

Per introdurre il personaggio ho scelto una poesia che parla dei locali di Pordenone, in particolare il ristorante “Al Gallo” (da cui prende nome l’omonima opera), che ci ricorda di quella tradizione che rischiamo di perdere, anche dentro i nostri bar, enoteche e ristoranti che tutti frequentiamo. Ma che, inevitabilmente, ci lascia, alla fine della lettura, con un sorriso.

 

Locai caratteristici in paese

ghe n’è restai pocheti, se sa ben,

ognun s’à rinovà, parché convien

ai gusti de oggi giorno, a le pretese.

 

Però de quando in quando no dispiase

trovar un postisin che sia restà

del gusto de una volta: infumantà

e pien de robe vece, pien de pase.

 

Dove qualunque intingolo vien coto

dall’abile parona del locale,

maestra ineguagliabile e speciale

nel preparar le quaie col risoto.

 

Nel preparar le tripe, el pesce, i sçiosi,

la dindia rosta, oppur la faraona

ghe vol siora Teresa la parona

la fa dei boconsini deliziosi.

 

Se pol trovar sto logo, sto canton

fra una cornise artistica de case,

antiche, se sa ben, ma che le piase

a tutti quei che vive a Pordenon.

 

El logo xe a la vecia, el ga anca stalo,

el ga la so cusina col fogher,

un postisin caldut che l’è un piasser,

dove se beve ben, xe proprio al GALO!

 

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