«[…] ma è sciocco raggiungere di corsa un paese a noi molto straniero. Bisogna accumulare il senso della distanza, adagiarsi quasi in una zona d’ombra: è la pausa del viaggio.»
Enrico Emanuelli

Cosa unisce Barcellona e Parigi? Due ore di aereo, sette ore di treno o tredici ore di autobus. Ci vuole un po’ di follia per scegliere di viaggiare lento, per concedersi il lusso di godersi anche il viaggio, oltre che la meta. Siamo alla stazione degli autobus di Barcellona, il cielo è terso, l’aria vibra di aspettativa. Alle 14:30 saliamo su un autobus (incredibilmente, quasi al completo) e si parte.

Ci sono dettagli che solo viaggiando lentamente si notano: l’evolversi graduale dei colori, del paesaggio, dello stile delle case e delle strade; cambia la lingua dei cartelli, il modo di salutare dei commessi dell’Autogrill, gli alberi, il colore della terra e persino il cielo sembra diverso, cosicché non si viene catapultati all’improvviso in una realtà differente, ma la si assimila gradualmente, fino a trovarcisi completamente immersi. Cala il buio, e però il dondolio dell’autobus, le luci delle città, i rumori di qualche passeggero molesto rendono il sonno leggero, a tratti mi svegliano, impedendomi di smarrire quello che Emanuelli chiama «il senso della distanza».

Arriviamo alla Gare de Bercy alle 5:30 e dopo aver atteso l’alba, iniziamo a esplorare Parigi, alla ricerca di un buon bar dove fare colazione. Ci fermiamo al Café des arts, nel quartiere latino, e un croissant è d’obbligo. Il barista è un simpatico signore sulla cinquantina, che sorride ai nostri impacciati tentativi di parlare francese e che però ci incoraggia: lui è albanese e parla francese, inglese e svedese, e l’unica maniera per imparare le lingue è parlarle («e l’unica maniera di ingraziarsi i francesi è almeno provare a parlare nella loro lingua»).

Nei giorni che seguono giriamo un po’ tutta la città. Potrei descrivervi il tour e tutti i luoghi visitati, ma non aggiungerei nulla a quello che già dice una comune guida turistica. Preferisco invece raccontarvi i dettagli che mi hanno incantato di Parigi: il grosso gatto tigrato che correva a salutarci quando lasciavamo l’hotel; la signora francese che correggeva il «buongiorno» della mia compagna di viaggio con un «no no, bonjour»; la coppia seduta di fronte alla basilica del Sacro Cuore che cercava di vendere un quadro per pagarsi la luna di miele; i picnic in Champ de Mars, ammirando la Tour Eiffel; il sole che ci scottava sul tetto del Bateau-mouche; le passeggiate lungo la Senna; i turisti ammassati di fronte alla Gioconda, e io che mi godo il resto dei dipinti nella sala italiana del Louvre; un cartellone nella metro che pubblicizzava una mostra: «Ciao Italia! Ces immigrés italiens qui ont fait la France». Sono tutti piccoli dettagli insignificanti, eppure sono proprio questi che costruiscono l’indimenticabile atmosfera di Parigi, e che la rendono unica.

Concludo il viaggio con il museo d’Orsay, e Van Gogh, i suoi ritratti e la sua Notte stellata sul Rodano. Riconosco i colori del viaggio d’andata, il verde dei pini marittimi, il giallo dei campi di colza, il marrone-rossiccio della terra, il blu intenso della notte. E capisco che è già tempo di andare.

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