L’evasione fiscale mondiale corrisponde a un valore compreso tra i 21 e i 32 mila miliardi di dollari.
In termini matematici: 35×1012 $
In termini informatici: 35 Teradollari
In termini di bilancio statale: la somma delle leggi di stabilità italiane fino al 3015 d.C.

Da dove nasce lo scandalo?
L’ICIJ, il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, è un’associazione nata nel 1997 allo scopo di gestire le grandi banche dati informatiche. Circa un anno fa ha ricevuto, da una fonte anonima, undici milioni di file sottratti al server del gruppo Mossack-Fonseca, uno studio legale con sede a Panama specializzato nella gestione di società offshore. La mole di dati, evidentemente sovradimensionata per soli 165 giornalisti, è stata suddivisa secondo la provenienza dei proprietari dei conti contenuti in ogni documento. Paolo Biondani e Vittorio Malagutti de L’Espresso sono stati scelti come i referenti italiani di quello che – si sapeva – sarebbe potuta essere l’inchiesta più ampia e capillare della storia del giornalismo. Una prestazione di giornalismo sincronizzato. Sono state fornite loro le credenziali per accedere agli archivi di Washington (dove ogni download e ogni stampa veniva registrata nel log di sistema), per analizzare e verificare l’identità di più di 800 proprietari di società offshore registrate presso lo studio Mossack-Fonseca. Al lavoro principale, cioè quello di verificare la reale identità dei soggetti coinvolti, si è affiancato quello – ad oggi irrisolto – di superare il grottesco muro delle azioni al portatore. Questi titoli di proprietà, che caratterizzano i paradisi fiscali quanto i puttini con le arpe caratterizzano quelli evangelici, consentono il completo anonimato ai loro detentori.

Ma chi sono questi Mossack e Fonseca?
Jurgen Mossack, classe 1948, è un avvocato tedesco figlio di un gerarca nazista originario di Furth, una città della Bavaria distante un tiro di schioppo da Norimberga.
Ramon Fonseca, classe 1952, è avvocato, scrittore ed ex consigliere dell’ex capo di stato panamense Ricardo Martinelli, ex confidente di Valter Lavitola, a sua volta ex direttore de L’Avanti! ma soprattutto ex amico dell’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Il loro studio legale, fondato nel 1977, annovera 46 uffici in quattro continenti, impiega 500 dipendenti e opera principalmente a Samoa, Isole Vergini Britanniche, Seychelles e un sacco di altri staterelli e arcipelaghini poco interessati alla riscossione tributaria.
Né la loro attività né il possesso di una società offshore, in ogni caso, possono dirsi illeciti finanziari. Chiunque può possedere una società alle Cayman ed evitare la fastidiosa spesa delle pillole contro l’insonnia: il nostro sistema economico lo permette, a patto che il possesso di questa società sia regolarmente notificato all’Agenzia delle Entrate. Lo ha detto anche Obama, il Presidente degli Stati Uniti d’America, il capo del mondo libero, la testa di una nazione che mal sopporta il ficcanasare della propria classe dirigente nelle questioni del libero mercato. Ha detto: “Il problema è che molte di queste pratiche sono legali”. Ventilando addirittura l’ipotesi di una riforma del sistema tributario.

…E gli evasori?
I nomi finiti nella lista – non proprio dei cattivi ma di quelli la cui eternità potrebbe puzzare di zolfo – sono, a dirla per difetto, eterogenei: presenziano il Presidente islandese e il Ministro dell’Industria spagnolo (entrambi dimissionari); i leader di Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi, Ucraina e Regno Unito; il simpatico Lionel Messi, che avevamo imparato ad amare con quella pubblicità dell’Adidas in cui lui era bassetto e i compagnucci di scuola lo prendevano in giro; istituti bancari; faccendieri e politici; piccoli imprenditori; tre amici strettissimi del ? russo Vladimir Putin, che ha suggerito il coinvolgimento della CIA nella questione. D’altronde, ha sottolineato, i nomi statunitensi nelle liste sono relativamente pochi, e di scarsa rilevanza. E’ vero – ha precisato Vittorio Malagutti – ma le incongruenze sono molte, nella versione di Putin: è risaputo ed evidente come i premier di Gran Bretagna e Ucraina David Cameron e Petro Poroshenko, colpiti dallo scandalo, siano molto vicini a Washington; inoltre, in seno alla confedereazione USA si nascondono i quasi-paradisi Nevada, Delaware e Wyoming, nè gli Stati Uniti hanno mai aderito alle convenzioni internazionali di scambio delle informazioni fiscali. Gli americani non hanno bisogno dell’intermediario a Panama per nascondere i propri traffici illeciti: hanno chi vende anonimato a casa propria.

In Italia?
Il nostro Paese permane in uno stato di notturna lascivia morale. Se, dunque, i volti internazionali sono eterogenei, quelli italiani multiedrici: magari non sorprende di vederci dentro Berlusconi, Briatore o Montezemolo; magari ci si può ancora stupire e indignare di Ubibanca e Unicredit; ma Verdone a me non è mai sembrato che nemmeno potesse cornificare la moglie senza farsi prendere da crisi di panico. Biondani e Malagutti hanno addirittura trovato il nome del proprio editore De Benedetti, a cui va riconosciuto il merito di non aver esercitato pressioni sul direttore Luigi Vicinanza. Probabilmente, e questo credo fosse palese, la forza di quest’inchiesta è tale da escludere ingerenze e insabbiature superiori al commento di rito. La lista completa, in costante aggiornamento, è disponibile sul sito espresso.repubblica.it. Chiaramente le questioni di anonimato e evasione assumono proporzioni ipertrofiche se si manda la mente alla criminalità organizzata. Di finanzieri e tesorieri e riciclatori professionisti le liste traboccano.

Per la prima volta nella storia sono stati pubblicati talmente tanti nomi da comprendere una gamma diametrale della società e da rendere evidente come l’attrito etico sia una questione sistematica, non circoscritta al potente di turno. Sono stati tirati nella mischia anche piccoli imprenditori, artigiani, modesti risparmiatori. L’illibata società civile. Tuttavia la strada del giornalismo investigativo è segnata, e questo caso ne è la dimostrazione: è davvero sufficiente l’anonimato di un solo uomo onesto per alzare lo stesso velo di anonimato di molto uomini disonesti nella pubblica piazza e mostrarne le vergogne. Quello che spetta a noi è coltivare la capacità di indignarci, di non restare indifferenti; prima di tutto, per autoconservazione. Per non cadere nell’apatia: che sminuisce, poi giustifica, poi corrompe l’animo. 

 

 

 

(photo via sueddeutsche.de)

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