Greta, mia sorella, che ha 17 anni, che è al quarto anno del Liceo scientifico, direbbe “che palle” se sapesse cosa vorrei raccontarvi ora. Alzerebbe gli occhi al cielo e direbbe “ancora?!”.
Quindi per questa volta facciamo finta siano solamente storie: nessuna copertina, ma le onde di un mare calmo e di uno scrittore distratto. Sì, “sempre quello” sono i “libri”.

Ok, vado. Greta ascolta anche tu.

In alto, al termine di tutte e tre le scalinate che accompagnano alla sala d’attesa della stazione centrale di Milano, c’è un tabellone luminoso. Sono le 16.47. È venerdì e le persone sedute in attesa del proprio treno sono moltissime. Io ho preso posto qualche minuto fa, appoggiando il mio zaino nero sulla sedia grigia vicina. Per il mio treno c’è tempo: parto alle 18:45.

Comincia a fare freddo, così indosso il mio cappotto blu avio, annodo i bottoni scuri sulla pancia, apro lo zaino ed estraggo alcuni fogli bianchi che ho comprato mercoledì mattina davanti la sede centrale della mia università. In realtà – me lo ha insegnato la tabaccaia – il colore esatto di questi fogli è bianco titanio, ma poco importa.

Questa volta è andata così.

Tre settimane fa comprai Il mestiere dello scrittore di Murakami Haruki, decisamente per caso, di fretta, ed esclusivamente colto dal titolo, così vicino a Il mestiere di vivere di Pavese.
Lo acquistai distratto: raramente compero libri “contemporanei”, quelli spesso collocati sui banconi delle librerie, con al centro il cartello “nuove proposte”. Ma quel titolo, che alla fine, forse, non è nemmeno del tutto originale, violò il mio interesse, e dovevo comprarlo.
Chinai il capo, flessi la schiena, presi il libro ed aprì all’inizio del primo capitolo: se devo essere sincero, non si può proprio dire che i romanzieri […] abbiano un buon carattere o una visione particolarmente lucida della vita. […] Che lo dicano o meno, poi, i romanzieri sono convinti di essere sempre nel giusto, qualunque cosa facciano o scrivano. Hanno scarsa considerazione degli altri scrittori e nelle loro scelte quotidiane si attengono a questa idea. Chi vorrebbe avere degli amici o dei vicini di casa del genere?

Capirete che l’ho letto voracemente, prendendo fiato poche volte. Perché ciò che stupisce è la spregiudicata semplicità di questo autore.
Murakami decide di raccontare i suoi romanzi – ormai quasi venti – raccontando la sua storia personale. E talvolta pare persino scocciato, ma l’amore per le storie, lo spinge a raccontare lo stesso; è il suo obiettivo, come lui stesso scrive al termine dell’undicesimo capitolo: […] stabilire chiaramente il proprio obiettivo è una cosa fantastica. A qualunque età, in qualunque luogo.
Ed io ci credo.

Ma credo anche a questo: questo libro parla ad un altro.
Un estratto del terzo sketch parigino, dal titolo Dello scrivere in prima persona, a pagina 142 della versione restaurata di Festa mobile di Ernest Miller Hemingway, recita: quando cominci a scrivere storie in prima persona, se le storie sono rese così reali che la gente ci crede, la gente che le legge quasi sempre pensa che le storie siano davvero successe a te. Ora, seguitemi: pagina 137 del libro di Haruki: una delle cose che trovo più piacevoli nello scrivere un romanzo, è che si può diventare chiunque si desideri.
Coincidenza?
Ok, ancora: dallo stesso sketch parigino: Se lo fai in modo sufficientemente efficace, accade che la persona che sta leggendo finisce col credere che le cose siano successe anche a lei. E Murakami aggiunge: […] in ogni romanzo l’io narrante è un personaggio diverso, eppure a forza di scrivere in prima persona è inevitabile che a volte la linea di confine tra me e il protagonista si confonda.

Quello che vorrei dire assomiglia alle seguenti parole.
C’è un ima correlazione fra i due autori qui citati, che per fortuita coincidenza ho letto conseguentemente (spero sinceramente lo facciate anche voi).
Ma c’è di più: Haruki, che nel suo libro parla più volte di Hemingway come un maestro della sua formazione artistico letteraria, lo “supera”, ovvero plasma il suo stilema letterario, arrivando all’impiego della terza persona nei romanzi successivi.

Consapevolmente o meno, parlano. E sarò pazzo, ma l’ho trovato splendido.
Perché questo dovremmo vedere nei libri: persone. E vi giuro che la maggior parte lo sono davvero. Credetemi!
I nostri due scrittori non si sono mai incontrati, ma che importa, io, nella mia mente, li ho fatti incontrare per la prima volta, e loro hanno incontrato me. E se mai un giorno qualcuno dovesse farmi stare male, qualche amico dovesse tradirmi, io so a chi chiedere. Le loro storie, per qualche tempo, diventano la mia ed è come se tuffassi mani e piedi nel futuro e apprendessi cosa dover fare in caso di tradimenti, litigi, amori.

Nella vita, che più o meno è qualsiasi cosa gli assomigli, trovo singolare il nome che diamo agli eventi che dolci o biechi, melliflui o saturi, compongono giorni, mesi, secondi, anni. Sono storie, null’altro. Alcune le avviluppiamo ad una copertina, come una donna posa i capelli dietro l’orecchio destro, altre rimangono mozzate, come un labbro morde l’altro; altre ancora brillano inconsapevolmente, come… Come qualcosa da trovare.

E quando arrivo alla fine di un libro ho bisogno di leggerne uno ancora, per riflettere su quello precedente.
Ma vedo che parlano, sento che si toccano; gridano.
E grida anche l’orologio. Sono le 18.40. Torno a casa.

Ma ultima cosa.
La bellezza dei libri è delicata; spregiudicata talvolta.

C’è una ragazza al mio fianco. Colora le labbra di rosso.
Nasconde i capelli dietro l’orecchio destro, la linea del collo s’illumina e vacilla, cade lungo la spalla. L’onda del labbro cade allo stesso modo.

Così, i “nostri” libri e le nostre storie combaciano, la vita continuerà a raccontare, e fuori c’è brutto tempo.

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