Si chiude la XXXII edizione del Premio Hemingway al neo-ristrutturato Cinecity di Lignano Sabbiadoro. Grande cerimonia di premiazione con la presenza della autorità, della giuria e di tre dei quattro premiati.

Premio Hemingway 2016 ‘letteratura’ va a Luis Sepúlveda «per avere raccontato nelle sue opere, con maestria narrativa e poetica, il destino dei popoli oppressi, guardando alle cause dell’emancipazione e dell’ecologia con un occhio attento a ogni diversità». Racconta un episodio della guerra di liberazione del Nicaragua, per chiarire il suo rapporto con Hemingway e parla della sua idea della letteratura come finzione positiva, una finzione che non ha quella negatività tipica delle finzione messe in atto dai detentori del potere.

Massimo Cacciari è vincitore del premio Hemingway 2016 perché, «con il suo ultimo saggio, Labirinto filosofico, ci ha portato all’origine dei diversi discorsi sulla “fine della filosofia” che caratterizzano tanto pensiero dell’Occidente: la “sentenza” hegeliana che la philosophia cessi di chiamarsi “amante” e si affermi come puro sapere». Durante l’intervista sul palco parla del rapporto tra letteratura e filosofia entrando nello specifico per quanto riguarda il concetto di ‘traduzione’ in senso lato: una traduzione tra le competenze, tra la politica e gli elettori, tra i diversi linguaggi che caratterizzano ciascuna diversa arte e ciascun diverso sapere.

Aharon Appelfeld vince la sezione ‘la vita e l’opera’. Assente per motivi di salute, racconta, con un video-messaggio, di come sia necessario raccontare anche un’esperienza di vita come la sua attraverso la descrizione di un’altro e di come la tragedia dell’Olocausto vada raccontata in quanto esperienza personale, perché le altre prospettive (storiche, sociologiche, filosofiche) rischiano di essere insufficienti e in qualche modo irrilevanti. Si sofferma anche sul rapporto tra Dio e l’uomo, sottolineando come, anche leggendo la Bibbia, si possa pensare che uomo e Dio siano compagni in un processo costante di miglioramento l’uno dell’altro.

Il fotolibro L’Italia metafisica consacra, infine, il fotografo italo-americano George Tatge. Durante l’intervista sul palco parla della sua poetica: lui ha scelto la fotografia non di reportage, seguendo la strada di Walker Evens. Spiega anche della sua scelta di usare il bianco e nero: lui cerca una metafisica della realtà, cerca di catturarne l’essenza; per fare questo usa una macchina molto particolare, simile a quelle dell’800. Si interroga anche sul rapporto tra analogico e digitale, rimpiangendo l”oggettività’ che la communis opinio percepiva fino a poco tempo fa – e forse ancora, in parte – nella prima forma di fotografia.

Una chiusura degna di una grande edizione di un premio che ogni anno assume maggiore importanza. Grande la soddisfazione di autorità e organizzatori. Non resta che attendere la sfolgorante XXXIII edizione.

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