«Noi dobbiamo dire che cos’è la guerra, non le chitarrate romanzesche e le favole della storia: ed ecco dunque un contributo alla verità.»

Trincee – Confidenze di un fante è un libro poco conosciuto, tornato alla luce dopo essere stato censurato nel 1924, anno in cui fu per la prima volta pubblicato; la narrazione pacata, ironica e cruda della guerra del Carso – la più tragica e debilitante – non poteva convivere con i miti roboanti proposti dalla retorica fascista. Carlo Salsa, come scrive nell’Introduzione, era consapevole di come la letteratura di guerra fosse giunta ad un punto di saturazione; infinite erano le narrazioni riguardo a questo evento epocale, e l’argomento era ormai una «pratica sdrucita», stomacante, pronta a «far inorridire le belle signore golose di letteratura alla moda».

Nonostante questo, Trincee si staglia immediatamente nella memoria del lettore, consegnando senza alcun filtro l’immagine fisica e morale di quindici mesi trascorsi nel Carso, tra uomini che sembrano inquietanti spaventapasseri o statue di cera pronte a squagliarsi nel fango, giovani fanti resi invisibili da buche buie e sporche in un cimitero di morti insepolti e di sepolti vivi. Lo stile incarna quasi un paradosso: il libro è gelido nelle totalità ma espressionista ed inventivo nella scrittura; il distacco e l’impersonalità, del resto, erano forse gli unici espedienti per poter esprimere una tale galleria di orrori, che non ci risparmia nulla.

Da questa implacabile galleria è opportuno isolare almeno un quadro, ovvero quello del ritorno in Patria del protagonista durante la prima licenza. Salsa giunge a Milano con la divisa logora e un fardello pieno di stracci e si accorge di vagare per la città nello smarrimento più totale, come se vedesse le cose per la prima volta. Eppure, in patria nulla è cambiato; la gente passeggia indifferente per le vie, i teatri annunciano i loro spettacoli, i pescecani si arricchiscono con la guerra e pranzano eleganti nei locali.

Eric J. Leed, in Terra di nessuno, parla di un fenomeno che accomunò tutti i fanti: la “sentimentalizzazione della Patria”; i soldati, avendo perso qualsiasi punto di riferimento nella realtà alienante della guerra, avevano idealizzato i luoghi e le persone del passato,  immaginando il volto della Patria chino su di loro, triste di un dolore empatico. Questa ultima àncora di salvezza si frantuma al contatto con un’Italia indifferente, in cui si conducono affari come al solito e si persegue ogni piacere; gli eroi del fronte si rendono conto di essere superflui in Patria, dove la visione di quei corpi sporchi e dalle vesti lacere provoca anzi una sorta di disgusto; era meglio ammirare gli ufficiali del genio, i generali o i coraggiosi automobilisti, ben vestiti e dall’aria intrepida. I fanti sembravano deboli e malati, troppo lontani dall’idea risorgimentale di guerra combattuta al sole, nello scontro aperto e dinamico di divise lucenti. La guerra moderna, quella statica e immobile, condotta contro un nemico invisibile da soldati nascosti come topi, non poteva essere accettata.

Che cosa farsene, allora, dei Comitati di soccorso, delle Case del soldato, delle bandiere tricolori e delle Associazioni patriottiche, delle cartoline illustrate e delle crocerossine commemoranti il povero soldato che moriva valorosamente per la patria? Che cosa farsene del vittimismo e delle celebrazioni edulcorate? Gli intellettuali del tempo urlavano nascondendosi dietro la comoda facciata delle loro riviste, e non erano diversi da quelli che avevano supportato  l’entrata in guerra standosene poi a casa, facendo armare gli altri. Salsa se ne va da Milano quasi sollevato e il titolo del capitolo in cui la vicenda viene raccontata, “Oasi”, si mostra ora in tutta la sua amara ironia: l’oasi si rivela un luogo di disillusione piuttosto che di salvezza:

«Portai in me il peso della mia solitudine e una enorme sensazione di vuoto: mi sembrò che la mia vicenda non dovesse essere dissimile da quella di certi zingari gocciolanti di stracci, che trascinano per tutti i paesi le loro baracche sconnesse e che si avventurano per tutte le strade sulle orme di un sogno impossibile.»

Carlo Salsa si presenta come un anti-eroe e non ha paura di farlo, nonostante sappia benissimo quale sia la sorte di chi provi ad affermare la verità: «disfattista!» Luigi Santucci, nella Prefazione al libro, scrive come il diario apra il discorso della demitizzazione, dell’esigenza della «verità fuori d’ogni celebrativismo», fornendoci una meditazione che, purtroppo, è più che mai attuale, in quanto la guerra non è mai anacronistica. All’interno del diario, catturando il discorso di alcuni commilitoni, Salsa scolpisce un’ immagine profetica e amaramente ironica:

«Qui ci verranno dopo la guerra a fare la gita di ferragosto. E diranno: se c’ero io! Ci saranno i cartelli-rèclame e gli alberghi di lusso! Passeggiate di curiosità come ai musei di storia naturale; e raccatteranno le nostre ossa come portafortuna.»

Sono passati cento anni da quando la Grande Guerra è stata combattuta e le commemorazioni per questo centenario, così come avviene durante le varie “giornate della memoria”, si sprecano. Si ha la sensazione, tuttavia, che ricordare non basti; prima di celebrare bisognerebbe comprendere, avvicinarsi il più possibile alla verità, o quantomeno provarci. Oggi più che mai, mentre discorsi lacrimevoli prendono il posto di indagini approfondite e spiegazioni chiare per paura di ripercussioni politiche e diplomatiche, sembra opportuno capire che la retorica, in questi casi, non serve ed è anzi corrosiva e fastidiosa.

«D’altra parte, è utile si sappia tutti cos’è la guerra. Abbiamo visto che una guerra non si fa per ragioni idealistiche. Gli idealismi servono soprattutto a guadagnare delle alleanze o cacciare innanzi i soldati. […] E allora, se la guerra dev’essere una partita di interesse, si sappia cos’è.»

 

(Immagine tratta da Gipi, Unastoria)

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