La stanza del Tribunale d’Amore è rettangolare, non molto grande. Su una delle pareti più lunghe è presente un camino in stucco, mentre sulle altre si aprono ampie finestre luminose che svelano un dolce paesaggio collinare; queste sono intervallate da colonne e nicchie, ognuna delle quali contiene una statua. In un angolo, dietro a un divano, un paio di scarpe e una scopetta giacciono abbandonate, mentre da dietro il basamento di una colonna lo sguardo sospettoso di un cane sorveglia i visitatori.

Anche la sala a fianco, a crociera, è caratterizzata da eleganti colonne e grandi finestre, qui ad arco, che si aprono sul territorio circostante. Due porte ai lati opposti della stanza si socchiudono nello stesso istante: da una di queste si affaccia una bambina, dall’altra un uomo. Entrambi guardano i visitatori, quasi a voler dar loro il benvenuto. Proseguendo nella stanza successiva, la sala dell’Olimpo, l’atmosfera non cambia: colonne. Statue. Finestre. Attraverso una di queste si scorge una fontana sorvegliata da quattro giganti. Ai lati della sala due corridoi creati dal susseguirsi di porte e stanze. Dal fondo del corridoio a est un uomo osserva gli ospiti, mentre in fondo all’altro corridoio sta una donna, con un ventaglio tra le mani. Alzando gli occhi ci si accorge di essere sorvegliati dalla signora Barbaro, che si affaccia da una balaustra accompagnata dalla nutrice e dai tre figli.

Quelli appena descritti sono gli interni e gli affeschi di villa Barbaro a Maser, paese che si trova diciotto chilometri a nord di Castelfranco Veneto e che vanta un capolavoro architettonico del Palladio, villa Barbaro appunto, costruita tra il 1554 e il 1560 per l’umanista Daniele Barbaro e il fratello. Gli osservatori più attenti scorgeranno la villa già svoltando in via Caldretta, prima di arrivare a Maser. La strada, rettilinea per un lungo tratto, accompagna l’occhio verso l’alto, a quella piccola figura allungata e chiara che sta adagiata ai piedi di una collina. Alla prima svolta il capolavoro cinquecentesco del Palladio si nasconde allo sguardo, per ricomparire solo all’arrivo, improvviso ed elegante, alla sinistra del guidatore. È d’obbligo una fermata nella piazzola semicircolare con fontana asciutta che si trova proprio in fronte alla villa, punto privilegiato per osservarla nella sua interezza.

Il fascino di questa villa è però in gran parte dovuto agli interni. Il dialogo tra l’architettura reale del Palladio e quella immaginaria degli affreschi del Veronese crea un gioco di illusioni seducenti: cadono i muri, sostituiti da orizzonti; crollano i soffitti, rimpiazzati da sprazzi di cielo e pergole su cui si arrampicano tralci di vite; colonne fittizie e ingannevoli dipinti accentuano le linee di prospettiva, le stanze si fanno più profonde, lo spazio si moltiplica.
In questo spazio sulle pareti e oltre le pareti la vita quotidiana degli abitanti cinquecenteschi della villa continua a svolgersi tranquilla, circondata da figure allegoriche e divinità classiche. I Barbaro si aggirano per casa, discreti, sorvegliando la loro dimora, accompagnati da vari cani, un pappagallo e una scimmia. Fra queste stanze si possono incontrare anche Paolo Veronese stesso e la sua consorte, mentre su una chiave di volta della sala a crociera lo scultore Alessandro Vittoria ha impresso il volto del Palladio.

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