Cercheremo oggi di tratteggiare l’estensione topografica e il ruolo strategico della Carnia pre-romana, quale punto di incontro tra l’Italia e il mondo celtico centro-europeo. Nel farlo, prenderemo in esame le più recenti scoperte archeologiche, cercando di inserire la Carnia in un più ampio contesto di testimonianze e ritrovamenti. Scopriremo, infine, quanto quest’area fosse dinamicamente inserita in una rete commerciale e culturale ben definita ed avanzata.

Dal 2001 al 2004 la Regione Friuli Venezia-Giulia finanziò il cosiddetto Progetto Celti, un’ambiziosa quanto complessa iniziativa di ricerca e catalogazione di tutti quei reperti, tracce e artefatti pre-romani ancora presenti in Friuli. I dati emersi sono straordinari per quantità ed estensione, tant’è che gran parte deve ancora essere rielaborata. I ritrovamenti più significativi si sono registrati nell’area di Zuglio, l’antica Iulium Carnicum. Inizialmente un semplice vicus, fondato tra il 58 e il 49 a.C., divenne poi una vera e propria colonia a partire dal I secolo d.C.. L’insediamento dovette la sua fortuna alla propria posizione strategica alle pendici del passo di Monte Croce Carnico, attraverso il quale la Via Iulia Augusta collegava l’Italia al Norico. Tuttavia, la città romana più settentrionale d’Italia, Zuglio per l’appunto, può essere considerata un florido centro già durante l’età del ferro. Insieme ad essa, molti insediamenti carnici di lunga durata – attivi fino all’età romana – presentano una fase riferibile all’età del ferro. Proviamo qui di seguito ad abbozzare un elenco sommario dei principali nuclei abitativi: Invillino, nella zona di Colle Santino; Verzegnis, nella zona di Colle Mazeit; Raveo nella zona del Monte Sorantri; Socchieve presenta una necropoli presso il Colle di Castoia; a Paularo è conservata la necropoli di Misincinis;  infine il già nominato insediamento Zuglio. Tutti gli abitati erano situati o lungo pedii terrazzati – come nel caso di Zuglio – oppure sulla sommità di alture – come nel caso di Invillino e Verzegnis – Col Mazeit. Allo stesso modo, tutti sembrano essere stati centri di produzione metallurgica.

Alla luce di questi dati, gli archeologi hanno parlato di una vera e propria koinè culturale.  Il termine koinè deriva dal greco e significa letteralmente ‘comune’. Solitamente viene utilizzato per indicare il momento in cui il greco ellenistico, sviluppatosi in seguito alle conquiste di Alessandro Magno, divenne la lingua franca comune a tutto il mondo greco e medio-orientale prima, mediterraneo poi. Nel nostro caso specifico, il termine koinè denota una comunità incentrata sulla lavorazione dei metalli, che condivideva una lingua e una cultura simili, unendo di fatto i villaggi della Carnia, delle Alpi Centrali e della Slovenia. Insomma, non si può ancora parlare di un unico popolo, ma nemmeno di singoli insediamenti isolati.

Volendo ampliare la nostra prospettiva, questa grande comunità di persone risulta essere strettamente legata alla Cultura di La Tène. Quest’ultimo non è altro che un villaggio situato sulle sponde del lago di Neuchatel, in Svizzera, dove nel 1857 l’archeologo Hansil Kopp scoprì un grande deposito volitivo risalente all’età del ferro. All’interno, venne ritrovata una produzione metallurgica caratterizzata da intrecci a spirale, poi riscontrata in altri centri europei, tanto da far pensare ad una estesa rete commerciale e culturale. Secondo gli archeologi, questa ‘rete’ di contatti si sarebbe sviluppata tra il 450 e il 50 a.C., comprendendo gli insediamenti celtici presenti nelle attuali Francia Orientale, Svizzera, Austria, Germania Sud-Occidentale, Repubblica Ceca, Ungheria, Inghilterra, Irlanda e Nord Italia. Ancora una volta non possiamo parlare di un unico popolo, vista la lingua e i tipi diversi di associazione politica, ma di una grande comunità commerciale e culturale.

In Carnia sono stati ritrovati numerosi elementi spiccatamente lateniani, risalenti al III secolo a.C., prevalentemente armi in ferro, fibule, attrezzi e recipienti in bronzo. Nella maggior parte dei casi si tratta di scoperte fortuite, che meriterrbbero ulteriori e approfonditi accertamenti. In particolare, l’area del Monte Sorantri, nei pressi di Raveo, si è rivelata particolarmente ricca di testimonianze. Sulla sommità del monte, a 900 m di altezza, sono state ritrovate due fosse ricche di materiali ceramici, metallici e vitrei. Il Monte gode di una naturale posizione strategica tra le Valli del Degano e del But, dove si trovano Zuglio, Paularo e Verzegnis. I ritrovamenti archeologici testimoniano un ampio abitato risalente all’età del ferro, probabilmente un importante luogo di culto celtico a connotazione militare. Particolarmente significativo è il ritrovamento di oltre un centinaio di armi lateniane per funzioni rituali, una pratica attestata anche in Europa Centrale e in Gallia. Insomma, il Monte Sorantri pare essere stato in passato il nodo nevralgico dei traffici tra la Carnia e la più ampia area lateniana.

Ma i contatti e le affinità non si limitano a quelli già citati. I siti carnici presentano numerose somiglianze con gli insediamenti della Gailtal, una valle dell’Austria meridionale, e del mondo celtico danubiano. Ciò ha portato gli archeologi a supporre l’arrivo in Carnia di comunità centro-europee a partire dal II secolo a.C.. Ad ulteriore conferma di questa ipotesi, ad Enemonzo, nel cosiddetto Casolare Fierba, è stato ritrovato un ripostiglio di tetradrammi del Norico. Un ritrovamento monetario, quest’ultimo, che lascia supporre se non altro un legame militare ed economico con l’attuale Austria centrale. Ad ulteriore testimonianza di una situazione fluida e articolata, vi sono le innumerevoli attestazioni – specialmente epigrafiche – di matrice venetica, che meriterebbero una trattazione a parte.

Insomma, ben prima della dominazione romana, la Carnia si presentava come una regione florida e dinamica, ben inserita in un più ampio contesto di legami commerciali e influenze culturali, capace di coinvolgere l’intera Europa centrale.

Per approfondire ti consiglio di leggere:

Cuscito Giuseppe, Aspetti e problemi della Romanizzazione. Venetia, Histria e arco alpino orientale, Trieste (2009), pp. 147-178

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