Venezia: l’ultimo giorno della Repubblica

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La storia di Venezia è forse una delle più lunghe e particolari da raccontare. Unico stato italiano pre-unitario a non finire mai sottomesso da alcuna potenza straniera, la Serenissima era stata un’autentica potenza marittima nel Mediterraneo, riuscendo a tenere testa non solo a repubbliche rivali come Genova ma anche a grandi imperi come quello ottomano. Grandi glorie come la Quarta crociata (1198), la famosa battaglia di Lepanto (1571) o la resistenza a quella Lega di Cambrai (1508) formata dall’alleanza di mezza Europa contro Venezia avevano rappresentato un vanto per una città la cui essenza stava esclusivamente nella difesa e nell’accrescimento dei commerci con l’Oriente.

Tuttavia come tutte le storie anche quella di Venezia ebbe a un certo punto fine. Verso la fine del ‘700 la Repubblica era ormai un fantasma di ciò che era stato in passato: l’apertura di nuove rotte commerciali sull’Atlantico, il logico rifiuto da parte del governo veneziano di competere con le emergenti potenze coloniali di Spagna e Francia, il ripiegamento degli interessi della Serenissima verso la terraferma nonché una sempre più accentuata volontà di restare neutrali circa le vicende europee, avevano reso Venezia uno stato sempre meno competitivo e influente.

La Rivoluzione francese e l’arrivo di Napoleone in Italia nel 1796 rappresentarono una violenta ondata di marea che distrusse questo fragile castello di sabbia. L’arrivo delle truppe francesi e i frequenti scontri con l’esercito austriaco  sul territorio della Repubblica avevano messo in crisi la politica di neutralità di Venezia, la quale, nel tergiversare su come rapportarsi con le armate d’oltralpe, riuscì solo ad attirare su di sé le ire del loro comandante.

“Sarò un Attila per lo Stato veneto”

La data fatidica è il 12 maggio 1797, un lunedì, l’ultimo giorno della Repubblica. In mattinata Napoleone, arrivato alle porte della laguna, inviò un ultimatum: abdicazione del Doge Ludovico Manin e del supremo organo decisionale della Repubblica, il Maggior Consiglio; il consenso di quest’ultimo all’occupazione della città da parte delle truppe di uno stato straniero dichiaratamente nemico; l’istituzione di una Municipalità provvisoria; l’innalzamento in Piazza San Marco dell’Albero della libertà e la consegna di tutti quei magistrati intenzionati a resistere ai francesi.

Venne quindi convocato il Maggior Consiglio. Mentre i nobili entravano a Palazzo Ducale, in Piazza e Piazzetta San Marco cominciò a radunarsi una grande folla. Non sfuggiva a nessuno la gravità del momento, erano attimi di tensione, di inquietudine e di profonda incertezza per il futuro. Il dibattito del Consiglio si aprì in tarda mattinata con una discussione sul numero legale per indire una votazione: infatti solo 537 membri erano presenti, contro i 600 richiesti per le decisioni gravi, ma si pensò lo stesso di procedere.

Prese quindi la parola il Doge Manin: con tono sommesso e lamentoso parlò della propria afflizione e della propria rassegnazione ai voleri divini, cercò di giustificare la sospensione “per prudenza” delle riunioni di altri organi istituzionali (quali il Senato e il Consiglio dei Dieci), l’assunzione dei compiti dell’esecutivo da parte di una “Conferenza governativa” del tutto inedita (pertanto illegale– le istituzioni della Repubblica erano rimaste le stesse da diversi secoli) e la nomina di due delegati dotati di ampi poteri per trattare senza limitazioni con Napoleone.

Mentre uno dei consiglieri prendeva la parola per illustrare questi nuovi cambiamenti, dall’esterno si udirono degli spari: erano gli Schiavoni, le truppe scelte della marina veneziana provenienti dalla Dalmazia, i quali stavano tirando a salve a bordo delle navi che li avrebbero riportati in patria. Un gesto di saluto definitivo alla città per la cui difesa essi si erano arruolati, che venne interpretato dai nobili del Maggior Consiglio come l’inizio dell’insurrezione dei giacobini veneziani.

Subito, da tutti i banchi dei patrizi si levò un grido: “Ai voti! Ai voti!” a cui seguì una votazione rocambolesca. Risultato: 512 a favore delle richieste di Napoleone, 30 contrari, 5 astenuti. A capo basso e in fretta e furia tutti i nobili uscirono da Palazzo Ducale diretti verso le proprie abitazioni, mentre la folla all’esterno, ancora in silente attesa, vedendo il loro atteggiamento non capiva cosa fosse successo.

D’un tratto dal balcone di Palazzo Ducale prospicente la Piazzetta si affacciò un vecchio generale il quale, informato dell’accaduto, credette di dare il via alle acclamazioni gridando: “Viva la liberta!” La gente in piazza rimase in silenzio. Il generale, sbigottito, pensò allora di utilizzare il più famoso grido che, nel corso della storia di Venezia, aveva acceso gli animi in ogni gloriosa impresa della Serenissima: “Viva San Marco!” La folla, in risposta gridò: “Viva la Repubblica!

Fu la miccia che dette il via a un tumulto che Venezia non vedeva da secoli: da ogni parte vennero issate bandiere con il Leone marciano, accompagnate dal grido sempre più frequente di “Viva San Marco!” Era il primo pomeriggio, le abitazioni e le proprietà di quei veneziani ritenuti essere giacobini o simpatizzanti dei francesi cominciarono a essere prese d’assalto: a farne le spese furono non solo alcuni nobili ma anche piccoli commercianti che in passato avevano fatto ottimi affari con gli invasori e che ora si vedevano le attività completamente depredate dai manifestanti.

Per citare un caso, un nobile, Giacomo Foscarini, all’uscita dal Maggior Consiglio si era svestito della toga patrizia, calpestandola e denigrandola, appuntandosi sul petto una coccarda tricolore. Non fu discreto nel fare ciò e quindi ne pagò il prezzo: casa sua, Palazzo Foscarini ai Carmini, fu devastata, i quadri tagliati, i mobili fatti a pezzi o gettati dalle finestre e i mosaici distrutti.

Con il calare del sole l’ondata di furore cittadino venne meno. La “Conferenza governativa”  formatasi subito dopo lo scioglimento del Maggior Consiglio, timorosa di rappresaglie francesi per quanto stava succedendo, aveva nel frattempo nominato un patrizio, tale Bernardino Renier, “deputato all’Interna custodia” col compito di riportare l’ordine in città. Renier non si fece troppi problemi: piazzò due pezzi di artiglieria sul Ponte di Rialto e disperse gli ultimi manifestanti a suon di cannonate.

Calava così il sipario sull’ultimo giorno della Serenissima. Dalla mattina dopo nulla sarebbe più stato come prima: con il Trattato di Campoformio, siglato il 17 ottobre di quell’anno, tutti i territori della vecchia Repubblica sarebbero stati annessi all’Impero austriaco, rimanendo tali anche dopo la caduta definitiva di Napoleone. Soltanto in un’occasione ancora Venezia dimostrerà di non aver dimenticato la passata grandezza, nel tentativo di liberarsi dall’oppressione austriaca. Ma questa è un’altra storia.

 

Per ulteriori e interessanti approfondimenti si rimanda al libro di Alvise Zorzi, La Repubblica del Leone

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