Venezia è una città incantata e incantevole, sempre protagonista e ispiratrice di un rapporto dicotomico tra il suggestivo e il materiale.

Nell’Ottocento, molte sono le immagini della città, che si raddoppiano e incontrano come in un caleidoscopio dai mille colori, anche grazie alla penna di coloro che, presi dal fascino di Venezia e pervasi da un rapimento quasi mistico, decidono di immortalarla ancora una volta.

Il pittore inglese William Turner, nonostante abbia trascorso a Venezia soltanto quattro settimane nel corso di tre diversi viaggi, catturato dalla luce veneziana, ha dipinto un’immagine incantevole di Venezia, quasi avvolta da una nebbia fascinosa, che appartiene tuttora al nostro immaginario collettivo. Lo stesso luogo viene ripreso e iterato: in genere, il pittore, ritornato in patria, replicava più volte la stessa veduta, dando vita ad un mito soffuso di languore.

 

W. Turner, Moonrise (1840)

 

Lord Byron aveva iniziato ad amare Venezia grazie alle testimonianze dei grandi letterati, tra cui Shakespeare: vi aveva trascorso cinque anni, durante i quali aveva avuto numerose relazioni amorose, inserendosi all’interno dell’ambiente veneziano. Molti luoghi sono legati al celebre poeta inglese, come Palazzo Mocenigo sul Canal Grande, dove il Lord visse dal 1816 al 1819 e iniziò la composizione del suo poema satirico Don Juan. Byron ha imparato l’italiano, il veneziano e l’armeno, anche grazie alla sua frequentazione del convento di monaci situato presso San Lazzaro degli Armeni. Nel 1717, questa isola era stata donata dalla Repubblica di Venezia al fondatore del convento, che aveva raccolto un gruppo di cultura armena. Byron si era innamorato dell’idea di conoscere questa cultura e, oltre a documentarsi presso la biblioteca dell’isola, conosceva la tipografia presente in loco.

Charles Dickens, che era giunto a Venezia nel 1844, a seguito del suo viaggio, il dodici novembre dello stesso anno, aveva scritto ad un amico:

La bellissima e meravigliosa realtà di Venezia va oltre la più stravagante fantasia di un sognatore. L’oppio non riuscirebbe a creare un posto come questo, e un posto così incantevole non potrebbe venire fuori neppure da una visione. Tutto quello che avevo sentito, letto o fantasticato su Venezia è lontano mille miglia. Sai che tendo a essere deluso quando si tratta di aspettarsi troppo ma Venezia è sopra, oltre, al di fuori dell’immaginazione umana. Non è mai stata valutata abbastanza.

Il mito di Venezia e la sua rappresentazione prendono forma in The stones of Venice, opera del pittore e scrittore inglese John Ruskin, che era giunto a Venezia nel 1849, dopo la Restaurazione, durata soltanto diciotto mesi, della Repubblica di Venezia, ad opera di Daniele Manin. Questo testo cambia il modo di vedere Venezia, in quanto la città non è soltanto descritta efficacemente grazie alla penna degli autori, ma è anche rappresentata visivamente attraverso una serie di disegni suggestivi che la raffigurano. Ruskin esalta la Venezia medievale, contrapponendola a quella rinascimentale e barocca. I disegni di Ruskin sono evocativi e sottolineano l’affinità con il movimento pre-raffaelita inglese.

 

J. Ruskin, The Ca’ D’oro (1845)

 

Il testo ha un enorme successo, viene tradotto in francese, ed è letto da Marcel Proust, che si sente inizialmente condizionato dall’autore nella sua scelta di raccontare Venezia, una città mitizzata tra il sogno e le pietre di Ruskin. Proust ha visitato Venezia due volte, tra il maggio e l’ottobre del 1900, ed ha alloggiato all’Hotel Europa. Secondo l’autore, Venezia non è solo un luogo ideale, ma è una fonte essenziale di ispirazione per far emergere nuove e ulteriori idee. Solo a Venezia gli uomini, spettatori di uno spettacolo che si riproduce ogni attimo dinanzi agli occhi di chi guarda, possono attingere a quella mémoire du temps perdu, come è accaduto a Proust quando, a Parigi, ha ricordato di aver l’equilibrio sulle lastre del Battistero di San Marco.

Ogni inquietudine riguardo al futuro, ogni dubbio intellettuale erano dissipati. Quelli che mi tormentavano un attimo prima a proposito della realtà stessa della letteratura erano spariti come per incanto […] era Venezia, di cui i miei sforzi per descriverla e le sedicenti istantanee scattate dalla mia memoria non m’avevano mai detto niente e che la stessa sensazione provata un tempo su due lastre ineguali del battistero di San Marco m’aveva restituita assieme a tutte le altre sensazioni collegate quel giorno ad essa e rimaste in attesa al loro posto, da cui un’improvvisa combinazione le aveva fatte uscire, nella schiera dei giorni dimenticati.

(M. Proust, Le temps retrouvé)

Venezia è la città dell’incanto, della meraviglia, della luce che pervade e della nebbia che offusca, della visione che supera l’immaginazione umana; è l’unica città dove la memoria può arricchirsi di una nuova consapevolezza, addirittura grazie ad un incontro causale dei propri piedi con due lastre ineguali che, anziché far inciampare, ci permettono di entrare, finalmente, dans le Temps.

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