Udine e le sue rogge

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Sapevate che la città di Udine rischiava di non esistere nemmeno?
La verità è proprio questa. Il capoluogo friulano nacque e iniziò a svilupparsi solo dopo che l’acqua del Torre a Zompitta venne captata e canalizzata prima che si disperdesse fra le ghiaia della pianura, sfruttando la pendenza del territorio. Chi sia stato e quando l’abbia fatto o abbia ordinato di farlo è ignoto, sappiamo solo che presumibilmente la vicenda ha avuto come protagonista un’autorità politica o ecclesiastica e che probabilmente risale all’epoca romana.

Il Torre, famoso fiume di Tarcento, si vede immettere quindi le sue acque in due rogge: la roggia Cividina sulla riva sinistra e quella di Udine sulla destra.
La prima scorre in territorio non udinese, mentre la roggia di Udine da Zompitta passa per Cortale, Rizzolo, Santa Fosca, Cavalicco, Paderno, Chiavris, Udine, Basaldella, Zugliano e finisce la sua corsa nel Cormôr a Mortegliano. In città sgusciava veloce da Porta Gemona, piegava verso ovest e percorrereva Borgo Santa Maria (oggi via Zanon) seguendo via del Gelso, che è la strada perfettamente coincidente con la roggia sottostante. Curvava in via del Sale, dove c’era un gran mulino all’angolo con piazza Garibaldi, entrava in via Grazzano e usciva dalla città finendo in campagna. Alla sua destra dall’Ottocento scorre il canale Ledra, che spesso è confuso erroneamente (anche dagli udinesi) con “le roe”. La roggia di Udine ufficialmente cede una parte della sua acqua a una roggia che finisce poi a Pavia di Udine disperdendosi nelle ghiaie e a un canale che da Beivars raggiungeva Udine a Planis, passando piazza Primo maggio, precisamente per Largo delle Grazie (dove c’erano due mulini importanti, e dove poi farà i suoi riusciti esperimenti Arturo Malignani, di cui abbiamo parlato in un’altra occasione qui), scendeva lungo piazza Patriarcato, girava in via Manzoni, via Ciconi, si dirigeva a sud, attraversava Cussignacco e raggiungeva la fortezza di Palmanova. Quest’ultima, la roggia di Palma, e la roggia di Udine costituiscono un importante patrimonio per la città e i suoi dintorni, creando un bel contesto ambientale con la loro vegetazione, il tortuoso andamento, allineando i borghi, i villaggi e i casolari che le accompagnano nel loro percorso.

Le prime notizie ufficiali del loro utilizzo risalgono al 1171, con un atto che consentiva l’uso delle acque alle ville di Cussignacco e Pradamano. Ufficialmente i due canali furono inclusi nella città quando quest’ultima, in forte espansione, allungò la sua cinta muraria.

Con la loro viva corrente, le rogge di Udine hanno mosso molti macchinari generando le prime attività industriali. Su questi due canali d’acqua, infatti, sorgevano una cinquantina di grandi ruote idrauliche che azionavano alcuni mulini e filatoi, alimentando molte attività specialmente nella zona di Borgo Grazzano e Borgo Gemona.

L’acqua era fresca, chiara, limpida e pulita. La si considerava potabile o comunque utilizzabile, anche se per gli udinesi di oggi questo potrebbe sembrare alquanto strano, dato che l’acqua della roggia è considerata piena di qualsiasi cosa sgradevole. Con l’espansione urbana e la crescita demografica aumentò l’inquinamento anche per la città di Udine, inquinamento naturale ma anche animale e umano, che rendeva l’acqua sporca, data anche la vicinanza dei letamai e la precarietà degli scarichi fognari. Furono imposti molti divieti al fine di mantenere l’acqua delle rogge limpida e di buona qualità, ma molto probabilmente non vennero rispettati pienamente. In ogni caso, l’acqua dei canali di Udine veniva utilizzata, e spesso veniva usata la frase “lâ a cjoli l’aghe in te roe”.

Resta il fatto che nell’Ottocento Udine era percorsa dalle sue rogge che non godevano di una gran pulizia e limpidezza. Com’era Udine nell’Ottocento? Guardando mappe e documenti, ciò che viene messo in evidenza è una città d’acqua, con le case attaccate una all’altra, con ponticelli e strani percorsi. Godeva di quella che oggi chiameremmo volgarmente “puzza”, dato che si scaricava di notte tutto ciò che di giorno era proibito. Questa situazione ebbe la sua peggiore conseguenza nel 1836, con l’epidemia di colera che si vuole appunto attribuire proprio all’acqua malsana che scorreva lungo i borghi della città, che produsse circa 700 morti.

Le rogge di Udine e di Palma furono molto utili, comunque, per lo sviluppo delle attività nella città di Udine e non solo, ma funsero anche da “fornitori” di acqua per la zona urbana e le zone limitrofe. L’acqua è un bene molto prezioso, di cui la zona di Udine per motivi geologici ha sempre scarseggiato. Il sottosuolo è molto ghiaioso, e si sono quindi dovute cercare le risorse idriche altrove. Un banale esempio di utilizzo delle acque delle rogge è l’utilizzo per l’alimentazione delle fontane di Piazza San Giacomo e Piazza Libertà, a opera del famoso Giovanni Da Udine.

Potrebbero non piacere, ma le rogge di Udine rendono il paesaggio cittadino in qualche modo diverso e unico, integrandosi al 100% con i borghi della città, facendosi ammirare da udinesi e visitatori e diventando importanti per Udine e la sua periferia nel corso della storia (un comune a nord di Udine fu chiamato Reana del Rojale, nome derivato dal friulano “ròje” (=roggia)).

Si può camminare lungo le rogge naturalmente in centro città ma anche fuori lungo la Passeggiata delle Rogge: un percorso ciclabile di circa 10 chilometri, dalla periferia urbana fino alla “presa” di Zompitta. Attrezzato con aree di sosta e proponendo numerose attrattiva è un ottimo pretesto per un’uscita fuori Udine, facendo sosta per degustare la cucina friulana lungo le molte locande sul percorso.

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