Un protagonista senza nome e senza volto è incatenato ad un universo incredibilmente arido, quasi da romanzo distopico, completamente avulso da qualsiasi dimensione spaziale o temporale. Lo scompone in miliardi di pezzi luminescenti, pulsanti, vivi come le stesse possibilità che rappresentano, scomponibili all’occorrenza e ricombinabili in un delirio quasi allucinato, che molto poco ha di razionale. La vita è un precario equilibrio di nervi, ossa e fredda meccanica, trasferita completamente in una sfera astratta e intoccabile, priva di qualunque sentimento e trasformata in una solida macchina ad ingranaggi. Quanto in là può spingersi un esperimento di questo tipo?

 

Mentre passeggia tranquillamente, il nostro protagonista (di cui non verrà mai rivelato il nome) viene improvvisamente colpito da un oggetto di grosse dimensioni caduto inspiegabilmente dall’alto, un enorme proiettile vagante, che gli procura seri danni cerebrali. Dopo la riabilitazione, l’azienda responsabile dell’incidente gli offre una considerevole somma di denaro in cambio del suo silenzio: non potrà parlare dell’incidente con nessuno, né riferirne le dinamiche nel dettaglio. Costretto a scomporre qualunque movimento in centinaia di minuscole contrazioni muscolari per poterlo eseguire, sente di essere intrappolato in una macchina inceppata, in una vita sul punto di implodere in silenzio.

 

Una sera, ad una festa qualsiasi, arriva l’illuminazione: un potente déjà-vu gli dà l’illusione di una vita finalmente fluida, lontana dal mondo metafisico delle possibilità e delle combinazioni mancate, finalmente fatta di movimenti agili e normali (come quelli di Robert De Niro nei suoi film, dice). Improvvisamente ricco, non bada a spese per trasferire nella realtà una visione ossessionante, senza la quale la vita riprenderebbe la sua pesante, monotona consistenza.

Dopo una lunghissima ricerca, ecco apparire il luogo perfetto: un vecchio palazzotto accanto ad un campetto sportivo fatiscente, da comprare prima che l’illusione svanisca. All’interno, dopo la rigorosa trasformazione, zone impeccabilmente arredate e quasi vere si alternano a bianchi spazi vuoti, che inscatolano la vita in una precaria messinscena da set cinematografico. Attori scelti, reclutati ovunque, eseguono le azioni richieste dal protagonista, dietro pagamento, accendendosi o spegnendosi a ripetizione.

 

Fare di una speculazione metafisica il perno centrale di un romanzo è senza dubbio una brillante intuizione narrativa; la prosa di McCarthy, che alterna momenti di solido tumulto a momenti di calma piatta, fila liscia e senza particolari artifici di forma, creando ad arte un’atmosfera apocalittica, difficilissima da dimenticare. Ma può davvero l’astrazione di un minuto reggere un’intera finzione narrativa? Dipende molto da quello che ci si aspetta, ma qui la sensazione è piuttosto distinta: concetto semplice e lapidario, quasi folgorante, interessante finché non si arriva al punto culminante effettivo. Cosa resta di un’idea, quando viene realizzata? Sul piano teorico, quasi tutto, addirittura elevato a potenza; in questo romanzo, praticamente nulla, perché finisce prestissimo (purtroppo) di dire quello che vuole dire e di lasciare un messaggio incisivo: accattivante e geniale nell’idea, manca forse di mordente nel portarla avanti. Il gioco regge a meraviglia nella prima metà del romanzo, e si trasforma in monotonia quando un enorme cumulo di azioni e reazioni ripetute riempie le pagine restanti. Il gusto personale gioca un ruolo chiave: il lavoro di McCarthy è considerato uno dei più grandi romanzi inglesi dell’ultimo decennio, ed è così eterogeneo e sfaccettato da poter potenzialmente innescare una miriade di diverse reazioni (sarà forse qui la magia?). Lettura fortemente consigliata, ma senza lasciarsi abbagliare.

Tom McCarthy, Déjà-vu – 2007, edizioni ISBN – 256 pagine

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