Rebecca la prima moglie – Daphne du Maurier

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Costa Azzurra, Montecarlo, seconda metà del XIX secolo. Una giovane fanciulla, dama di compagnia di una ricca – e snob – signora, conosce un affascinante gentiluomo inglese, se ne innamora e lo sposa all’improvviso: niente chiesa addobbata da fiori profumati, niente abito da sposa con lo strascico, nessun ricevimento elegante e raffinato. Solo un ufficio di stato civile e una coppia talmente innamorata da non riuscire a resistere al desiderio di cominciare immediatamente la loro nuova vita insieme.

Gli ingredienti per il raggiungimento di un lieto fine ci sono tutti. Se solo questo fosse possibile. Perché la verità, purtroppo, è custodita in altre sfaccettature, tenute celate, nascoste, ma sempre pronte a riemergere in superficie al primo accenno.

Sfaccettature che portano il nome di Rebecca: Rebecca come sinonimo di donna perfetta, elegante, reincarnazione della bellezza assoluta; figura amatissima da chiunque l’avesse incontrata. E soprattutto, moglie mai dimenticata di Maxim De Winter. Il suo spirito sembra aleggiare ancora inquieto tra le torri di Manderley, il castello di famiglia; ogni stanza, ogni anfratto mostra ancora i segni della sua presenza: i tovaglioli ricamati, l’agenda con le sue iniziali, la casetta sulla spiaggia; e, in particolar modo, il suo santuario, la sua camera, la più bella della casa, dove ogni cosa è stata lasciata esattamente nello stesso punto in cui si trovava al momento della sua scomparsa.

Un ricordo che è tenuto perennemente in vita dalla governante del castello, la signora Danvers, il cui legame con Rebecca è forte, inscindibile, a tratti quasi morboso. Ella non era soltanto la sua padrona, la bambina che aveva cresciuto e che aveva imparato ad amare; Rebecca rappresentava la luce, un faro da seguire per non perdersi, la musa da cui prendere spunto e da preservare e proteggere a ogni costo. Un ricordo, questo, allo stesso tempo pesante, cupo, soffocante: niente potrà mai eguagliare – o anche solo tentare di rimpiazzare – ciò che un tempo regnava incontrastato.

Ed è con questo pesante fardello che la giovane protagonista, fresca sposa di Maxim – e voce narrante del racconto –, si accinge a diventare la nuova padrona di Manderley; senza, tuttavia, mai sentirsi realmente tale. Sente la presenza di Rebecca ovunque: ogni cosa che compie viene messa a confronto con il modo di fare della precedente signora, ogni sua decisione messa in discussione e declinata, soffocando il suo pensiero e quasi imponendole un comportamento analogo a quello tenuto in passato. Ella, più che la padrone di casa, si sente un’ospite indesiderata, superflua, inutile; talmente anonima da arrivare a non rivelare nemmeno il proprio nome, quasi a voler dimostrare la sua inconsistenza davanti alla leggendaria Rebecca. È annientata dal ricordo di qualcuno che non ha mai conosciuto, di cui non ha mai nemmeno visto il volto – visto che nella dimora non vi sono né ritratti né foto della prima moglie –, ma ancora estremamente vivo; un’esistenza che scorge soprattutto negli occhi di suo marito, sui cui reali sentimenti si interroga continuamente, senza sosta. È per amore che egli l’ha sposata, o solo per non dover affrontare le fredde serate inglesi da solo? Come la considera realmente? Ogni volta che la guarda rimpiange Rebecca, pentendosi della sua decisione avventata?

Ma il suo mettersi in discussione la porta, allo stesso tempo, a decidere di dare una svolta alla situazione in cui si trova: come si può avere timore di qualcuno che non si è mai conosciuto? Che non è nemmeno più vivo? Il ricordo è fatto per portare conforto, non per annientare il presente e rovinare un potenziale felice futuro prima che questo abbia anche solo la possibilità di compiersi.

La giovane sceglie di non scappare, ma di affrontare direttamente ciò che la terrorizza di più: osa addentrarsi nella stanza di quella che è arrivata a considerare come una rivale, cerca di venire a capo dei suoi segreti, dei suoi angoli più nascosti; tenta, di fatto, di renderla umana, reale, qualcuno a cui poter davvero tenere testa. Ella riesce a tirare fuori un orgoglio assopito da tempo, ma grazie al quale, finalmente, scende in campo, determinata a difendere con tutta se stessa ciò che ha conquistato e a cui tiene: il rispetto di parenti e conoscenti, Manderley, e, soprattutto, l’amore di Maxim, grazie al quale ha avuto la sua occasione di rinascita.

Il demone non ci opprime più. Abbiamo superato la crisi: non senza danni, naturalmente. Lui aveva avuto fin dall’inizio il presentimento – fondato – di una sciagura; se fossi l’attrice pretenziosa di una commedia mediocre potrei dire che abbiamo pagato a caro prezzo la nostra libertà. Ma la mia vita ha già conosciuto melodrammi a sufficienza e sacrificherei volentieri qualunque cosa, pur di continuare a godere della pace e della tranquillità attuali. La felicità non ha prezzo, è una declinazione del pensiero, una condizione mentale. Naturalmente abbiamo i nostri momenti di sconforto; ma ci sono altri momenti in cui il tempo, non misurato dall’orologio, corre verso l’eternità e io so – lo colgo nel suo sorriso – che io e lui siamo insieme, camminiamo all’unisono, non ci sono incomprensioni o dissidi a fare da barriera tra di noi.

 

Foto: https://www.cinematographe.it/recensioni/rebecca-la-prima-moglie-recensione/

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