Prosecco: un vino, tante uve

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Il termine Prosecco compare verso la fine del ‘700 nel libro Il roccolo ditirambo di Aureliano Acanti ed è conosciuto oltre il confine italiano dagli inizi del 1900. Tuttavia, andando a ritroso nel tempo, possiamo trovare tracce nell’antica Roma. Conosciuto come Pùcinum o Puxinum, è citato nella Historia Naturalis di Plinio e molto più tardi, nel 1773, nel libro Oenologia Toscana di Villifranchi che scrive: “Tra quelli d’Italia era dai Romani infinitamente gradito il vino Pucino, latinamente Puxinum, oggigiorno detto Prosecco, che tuttora si raccoglie nel pendio del Monte di Contuel in faccia al mare Adriatico, poche miglia distante da Trieste”
Bisogna aspettare gli inizi del 1800 per ritrovarlo nelle colline di Valdobbiadene, anche se la trasformazione nel vino che oggi tutti conosciamo, avverrà più tardi grazie ad Antonio Carpené.

La varietà principale utilizzata nella produzione del Prosecco è l’uva Glera (almeno l’85%, secondo il disciplinare di produzione). È un vitigno rustico e vigoroso e viene coltivato tanto in pianura che lungo i ripidi pendii della zona di Conegliano Valdobbiadene e Asolo, dove raggiunge il massimo dell’espressione. I tralci sono color nocciola, le foglie plurilobate e i grappoli sono piramidali, grandi e colorano i vigneti di giallo dorato.
Sebbene la maggior parte dei produttori utilizzi questo vitigno in purezza, sono ammesse altre varietà a bacca bianca fino a un massimo del 15%, e tra quelle autoctone troviamo: Bianchetta trevigiana, Perera e Verdiso.

Il vino ottenuto dalla Bianchetta trevigiana viene citato alla fine del 1600 come il miglior vino bianco prodotto nel trevigiano e attualmente è coltivata in provincia di Treviso e nel bellunese. Che caratteristiche apporta al Prosecco? Ammorbidisce le note più spigolose, soprattutto nelle annate dalle temperature più rigide.

La Perera, o Pevarise, com’era conosciuta, è coltivata da tempo nell’area di Valdobbiadene anche se le prime indicazioni arrivano dalla pedemontana vicentina, in particolare da Bassano e Marostica. Il suo nome sembra derivare dal profumo che ricorda la pera o, probabilmente, dalla forma del suo acino, e contribuisce a rinforzare il bouquet e l’aroma del vino.
L’ultimo vitigno è il Verdisio le cui prime testimonianze risalgono alla fine del ‘700 nella zona di Follina. Spesso vinificato in purezza, i profumi ricordano la mela verde acerba e arricchisce il Prosecco di acidità e sapidità.
Questi vitigni, che apparentemente sono secondari, contribuiscono alla creazione di note floreali e sfumature uniche, che variano da zona a zona e da uvaggio a uvaggio, permettendo al territorio di esprimere tutte le sue potenzialità.

 

(immagine da: prosecco.it)

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