Ian McEwan è, probabilmente e senza timore d’esagerazione, uno dei narratori contemporanei di più grande maestria. Dotato di un talento quasi geniale, dipinge le proprie scene con luminosità e corpo inediti, scavando a fondo e anticipando – spesso – anche le mosse del lettore più accorto. Il suo sarà sicuramente un nome già noto a molti: da Chesil Beach a Miele, da Solar a Espiazione (famoso per il bellissimo adattamento cinematografico di Joe Wright), lo scrittore di Aldershot colpisce nel profondo generazioni di lettori, creando personaggi più vivi del vero e lasciandosi andare, spesso (viene da sospettare) in segreto compiacimento, a deviazioni stilistiche ampie e ambiziose, che di solito reggono piuttosto bene alla prova delle aspettative. Se quanto McEwan ha scritto finora è stato spesso folgorante, tuttavia, il suo ultimo lavoro sembra voler superare (almeno a livello concettuale) tutti i precedenti. Nel guscio, pubblicato in Italia a marzo 2017 da Einaudi, è infatti una storia complessa e particolare, se non altro per il narratore inusuale: un feto di nove mesi, ancora nel ventre materno. Nulla di più, nulla di meno.

Il nascituro, di cui non si conosce ancora il nome, è testimone silenzioso del tradimento della madre, Trudy, ai danni del padre legittimo, John. Poeta innamorato e romantico, egli fatica ad accettare la fine di un idillio d’amore durato un decennio, tra grandiose promesse e poesie sussurrate a fior di labbra; Trudy, tristemente pragmatica, gli preferisce il fratello Claude, agente immobiliare ricco e vuoto, eppure ardentemente desiderato. Subito, anche soltanto dai nomi, salta all’occhio la coraggiosa metafora che ispira il romanzo: il nostro anonimo feto è un Amleto moderno, investito del sacro dovere di vendicare la memoria paterna e perennemente oscillante tra l’odio e l’amore viscerale per la madre.

Io potrei vivere in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore di uno spazio infinito,

diceva il protagonista shakespeariano. Il futuro figlio di Trudy, cieco (ma non sordo) testimone del degrado fisico e sentimentale della madre – riflesso, del resto, del degrado di un mondo che conosce solo attraverso le registrazioni radio e le voci che gli sono familiari -, è il re indiscusso del proprio spazio, sempre più angusto eppure davvero libero, perché ancora non soggetto a condizionamenti. Il bambino può ascoltare senza essere ascoltato, giudicare senza parlare, pensare senza essere inteso: nessuno, al di fuori del velo sottile del liquido amniotico e della pelle materna, può vederlo, giudicarlo, sapere cosa sa. Trudy e Claude sono una coppia di assassini, che il feto accetta con rassegnazione e lucidità da adulto: accetta anche l’inaccettabile, cioè il sopruso di un uomo che con la propria sola presenza tradisce la propria famiglia in modo imperdonabile, macchiando la purezza di un animo non ancora esperto delle cose del mondo (ma che lo diventerà per necessità). Una vecchia villa vittoriana fatiscente, annerita da mucchi di spazzatura e dal torpore di un’estate troppo calda, prende il posto di un freddo castello danese; il nascituro non è il giovane rampollo di una famiglia reale, ma è il monarca incontrastato del proprio mondo a una luce. Il potere che il nostro feto ha nelle mani è, a prima vista, nullo, ma un modo per impedire l’inevitabile c’è. Ed è, paradossalmente, rendersi vulnerabile.

Nel guscio è uno degli esperimenti letterari più coraggiosi che potrà mai capitarvi di leggere: un’autentica opera a tutto tondo, destinata a divenire classico. Attraverso il piccolo mondo di un nascituro senza nome, McEwan ci mette di fronte a tutto il male del mondo moderno, fatto di sentimenti fragili, di pulsioni incontrollate e di grigiore urbano. Un crollo che sembra pervadere non solo i rapporti umani, ma tutto il macrocosmo Terra. Una voce che viene dal basso, e che pure risuona più forte che mai.

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