All’incontro “Migrazione e resistenza” tenutosi questo pomeriggio presso il Palazzo della Provincia, sono intervenuti lo scrittore Marco Rovelli e il giornalista Domenico Quirico.

Avesta Harun è una giovanissima guerrigliera curda che, imbracciate le armi, decide di combatte per rendere il Kurdistan libero e indipendente. Non ce la fa: viene uccisa a soli 24 anni e il mondo conosce così il suo volto e il suo nome. Dopo aver trascorso un periodo assieme ai partigiani curdi, Marco Rovelli decide di raccontare nel romanzo La guerriera dagli occhi verdi questa vicenda, una vicenda che non è più la storia di un singolo, ma di un popolo intero, che ha alle sue spalle un lungo trascorso di cancellazione della propria identità, tuttora minacciata.

Domenico Quirico, invece, ha parlato di migrazione come “viaggio perfetto” perché senza ritorno, perché l’identità del singolo viene definitivamente cancellata. Quale identità può avere un uomo dopo una traversata che, dal villaggio natio alle coste tunisine, può durare anche cinque anni? Quella di cui la stampa si occupa, che rimbalza nei telegiornali, infatti, non è che l’ultima parte di un percorso lunghissimo, in cui tutto cambia: non si è più eritrei, etiopi o nigeriani, dopo un viaggio in cui non si ha alcune nozione geografica e il nome della destinazione – Milano, Parigi, Francoforte – non è che un’evocazione lontana.

Riconoscere che questa massa non ha più riferimenti culturali e amministrativi, sostiene il giornalista, significa darle importanza storica e amministrativa: solo quando avremo trovato questa nuova identità avrà senso chiedersi cosa fare per chi migra. Quirico sostiene che il suo migrante preferito è quello “inutile”, che non conosce l’inglese ma solo la sua lingua madre, che non sa fare niente, che non si può mettere da nessuna parte: è lui che concede agli europei la possibilità di dimostrarsi eredi di una cultura millenaria, quella classica dello xènos, che considera lo straniero un ospite.

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