Il diario della Grande Guerra del parroco di San Giovanni di Casarsa, don Giacomo Jop ci testimonia gli avvenimenti principali della guerra e delle testimonianze in quelle zone.
In questo estratto, veniamo a sapere di una lettera che testimonia quanto le violenze e le incursioni dei militari imperiali stiano esasperando la popolazione friulana che, affamata e assetata chiede pietà e cibo alle autorità prossime. Se in Friuli, il Regno Sabaudo è impegnato al fronte del Piave e imperversa un clima d’anarchia e di abbandono generale, soldati ungheresi e slavi avanzavano nei paesini devastandoli e deprivandoli di ogni dignità, riducendoli alla fame.
Soltanto i parroci di campagna, sostenuti dai vescovi locali sono in grado per usare sempre il presente dato che hai iniziato con questo tempo verbale di aiutare moralmente e materialmente la popolazione in questo critico e decisivo momento di guerra, offrendo rifugio nelle chiese, trattando coi generali di entrambi gli schieramenti e garantendo i bisogni primari e il sostentamento spirituale in nome della carità cristiana universale.
Ma anche le forze dei parroci più volenterosi rischiano di scemare: tre anni di guerra e di soprusi si fanno sentire, specie se la guerra è contro il nemico storico che fino a qualche generazione prima governava quelle terre.
C’è infatti un papa, Benedetto XV, che chiamò quel conflitto mondiale l’“Inutile strage”, invitando i popoli belligeranti a tornare fratelli e a trovare vie più diplomatiche per risolvere le questioni di Stato.

Ma andiamo alla lettera:

6 MARZO 1918
Beatissimo Padre,
Le conseguenze inevevitabili della guerra hanno ridotto le nostre povere Diocesi a tale condizione che si affaccia, un di più dell’altro, l’orribile spettro della fame.
Ad aggravare la triste condizione economica di queste nostre popolazioni, venne ad aggiungersi un gran numero di profughi, delle diocesi di Venezia, di Padova, di Treviso e di Ceneda, costretti a sgomberare dalla linea del Piave, privi di ogni risorsa e di ogni mezzo di sussistenza.
Padre Santo, non domandiamo denaro ché nei tempi attuali ci tornerebbe inutile; ma inteneriti fino alle lacrime sulle sofferenze di queste popolazioni domandiamo pane.
Lasciamo alla sapienza della Santità Vostra l’escogitare i mezzi più efficaci e le vie più opportune per venire in nostro soccorso.
Siamo certi che Voi, Beatissimo Padre, farete quanto è possibile per alleviare con la maggior sollecitudine la porzione del Vostro Gregge, alle nostre cure affidata, porgiamo devoti, filiali omaggi, e prostrati al bacio del Santo Piede, imploriamo per noi e per le nostre Diocesi l’Apostolica Benedizione.

Portogruaro, 6 marzo 1918
Umilissimi e ossequiatissimi figli
f.Francesco Isola
VESCOVO DI CONCORDIA
f. Giosuè Cattarossi
VESCOVO DI BELLUNO ANCHE PER CENEDA-VITTORIO
f. Can.Eugenio Bortolotti
VICARIO GENERALE DELL’ARCIDIOCESI DI UDINE

Molte furono le lettere indirizzate al Papa di questa urgenza e il Papa, impotente e a Roma, non era in grado di porre termine alla guerra da solo e di aiutare i poveri fedeli delle diocesi colpite dal conflitto mondiale. Ma i vescovi non demorsero: sapendo infatti fin da subito dell’impotenza papale, scrissero un’altra lettera al Maresciallo di Campo di Udine Svetozar De Boroevic nella quale chiedevano maggior buon senso nei comportamenti dei militari austro-ungarici nel razionamento e nella requisizione degli approvvigionamenti ai civili, nel rispetto del raccolto dei campi, nelle opere artistiche e letterarie e nel libero esercizio della cura delle anime.

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