L’enigmatico mistero della scarpetta di Cenerentola

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Sta per scoccare la mezzanotte, quel dodicesimo rintocco tanto temuto da Cenerentola che, nonostante desideri trascorrere la serata a danzare col suo principe, la costringe ad abbandonare il Gran ballo. La fanciulla corre a perdifiato per evitare che l’incantesimo della Fata madrina perda il suo effetto e sveli chi è in realtà: una semplice sguattera che ama addormentarsi davanti al caminetto acceso e che, per una notte, ha deciso di sentirsi una principessa. Nella fretta, lungo la scala del castello, perde una delle sue scarpette di cristallo, ma non può voltarsi indietro, rischierebbe di far conoscere la sua identità.

La fiaba di Cenerentola ha molte versioni, che provengono da diverse zone del mondo, ma la versione più antica si pensa che risalga ad un periodo compreso tra il 664 e il 525 a.C., quello della dinastia saitica, la XXVI° dinastia dell’Antico Egitto. Si racconta che la cortigiana Rodopi, una giovane dal viso di rosa, abbia perduto un sandalo, rubatole da un’aquila mentre, insieme alle sue ancelle, si faceva il bagno. Il faraone Psammetico, ritrovato questo sandalo e stupito per la sua dimensione e fattura, aveva deciso di cercare la misteriosa fanciulla per prenderla in moglie. Nel IX secolo, quando lo scrittore cinese Duan Chengshi, nel Youyang zazu, ha raccontato la storia di Ye Xian, un’orfana costretta a vivere con la sua matrigna e ad essere trattata come una schiava, il sandalo si è trasformato in una scarpetta d’oro.

Nel 1634, in Occidente, è Giambattista Basile a tratteggiare una nuova figura di Cenerentola, superando l’archetipo antico. Nella novella del Pentamerone, intitolata La gatta Cennerentola, prende il sopravvento il personaggio di Zezolla, un’eroina-vittima capace di uccidere la sua matrigna, per poi ritrovarsi in balìa di una nuova donna, dai tratti ancora più malvagi. Immancabile la presenza della pianella, sfilata dal piede di Zezolla ed arrivata tra le mani di un Re addolorato, ma molto innamorato.

Nel 1697, Cendrillon ou la Petite Pantoufle de verre perde i tratti cruenti de La gatta, descrivendo un’eroina umile e mortificata da una famiglia acquisita alla quale non riesce a ribellarsi. Non a caso Cendrillon ha sempre il viso sporco di cenere, un simbolo, sin dall’Antico Testamento, della fragilità umana; ed è proprio questa stessa cendre che si troverà sul volto della Aschenputtel dei fratelli Grimm, scritta nel 1812.

Charles Perrault, nel suo conte de fées, dà a quello che era stato un sandalo, una scarpetta d’oro e una pianella, un attributo speciale; la scarpina di Cenerentola entra nell’immaginario dell’Umanità grazie ad una connotazione ben precisa: è una pantoufle de verre, ovvero una scarpetta di cristallo.

Nel 1841, nel romanzo Sur Catherine de Médicis, scritto da Honoré de Balzac, si sottolinea come questa scarpetta non possa essere stata di cristallo, poiché nessuna fanciulla avrebbe potuto ballare tutta la sera con delle calzature così delicate. Peraltro, il termine pantoufle non indicava, un tempo come ora, una scarpa di fattura pregiata ed elegante, ma una calzatura comoda e abituale, che potremmo accostare alla cosiddetta pantofola.

Secondo Balzac, la scarpetta di Cendrillon non era di verre, bensì di vair, una pelliccia grigio scuro molto preziosa che si ricava dal mantello invernale del vaio, uno scoiattolo russo e siberiano e che, nel Medioevo, era usata come ornamento da personaggi importanti e ordini cavallereschi.

Sembra che, ad avvalorare la posizione di Balzac, insieme a molti letterati del tempo, sia stato Anatole France che, con verve, avrebbe sottolineato come fosse poco verosimile che una fanciulla utilizzasse per danzare delle scarpe costituite dello stesso materiale di una caraffa. Tuttavia, alcuni studiosi sostengono che la citazione in questione sia stata troncata, e che in realtà Anatole giustificasse queste scelte proprio per via del genere fiabesco.

Infine, se, per lungo tempo, si è ipotizzata la presenza di un errore ortografico che avrebbe portato alla confusione tra verre e vair, l’appartenenza di Perrault all’Accademia di Francia parrebbe scongiurare questa elucubrazione, nonostante l’evidente omofonia tra le due parole in questione.

L’intreccio di questo arcano sembra non essersi ancora sciolto e, probabilmente, su queste scarpette di cristallo resterà sempre un alone di mistero, d’altra parte si parla pur sempre di magia.

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