Se una sera decideste di fare qualcosa di diverso, chi chiamereste? Dove andreste? Cosa fareste? In ogni caso, “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf può rispondere.

Una sera Addie Moore chiama Louis Waters. Entrambi sono soli, levigati dai dolori della vita. Vecchi. «Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore non trovi?» dice la donna al telefono.

Louis si prende qualche giorno di tempo per pensare. Poi – un sera – si trova nel letto di Addie. Ed inizia quello che può accadere solamente di notte. Custodito nel mondo immaginario di Holt, una cittadina nella campagna incontaminata del Colorado.

Haruf ha un’abilita straordinaria. Fa credere in quello che non si vede. E vi amalgama un imo sentimento di urgenza ed atemporalità. Nel corso della storia, si pone attenzione quasi esclusivamente ai due personaggi principali. Ma a volte ci si dimentica persino di chi sono, e si riconosce nitidamente il volto anziano dell’autore stesso. Che lotta contro il tempo, cercando di raccontare questa storia a tutti i costi – prima che sia troppo tardi.

La consueta asciuttezza e precisione di Haruf manca in questo piccolo libro, ma è sostituita da una delicatezza incalzante e suggestiva, completamente asservita ad uno struggente catalogo delle fragilità di Addie e Louis. “Prima che sia troppo tardi” sembra esserci scritto dietro ogni gesto e ogni parola. Il tempo c’è, ed è lungo nelle notti estive di Holt. Ma è lungo di notte. Di giorno scompare. È la parte peggiore, ma l’unica che ancora regala emozioni. Il resto è:

«Potresti stupirti di te stessa Addie»

«Oh, no. Non posso. Non alla mia età» risponde la donna ad un’amica all’ Holt Café.

Questo libro ci accompagna nei meandri più umani della scrittura di Haruf. Trasformando finanche la sua cifra scrittoria. A tratti fiabesca. In altri quantomai crudelmente realistica.

“Le nostre anime di notte” è una confessione, un grido di speranza, un segreto detto a bassa voce. Louis e Addie riscoprono la bellezza della solitudine nel proprio letto. Condividendone ogni aspetto. «Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L’erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te».

Haruf scardina le consuetudini della vita amorosa. Fa conoscere Addie e Louis all’incontrario. Si ritrovano nudi nel letto della donna. Si stringono le mani nel sonno. E così si conoscono. Parlando di quello di cui sentono il bisogno. O guardandosi e basta. Perché a volte troppe parole rovinano tutto. E sia Addie che Louis lo sanno fin troppo bene.

Nascosta nelle pagine bianche tra un capitolo e l’altro, l’autore americano dosa qualche goccia di nostalgia. Ha amato la sua vecchiaia. Ma ne vorrebbe ancora. E quella goccia cade sull’inchiostro incandescente del dolore che Haruf racconta nel modo che conosce meglio: così com’è. 

Libri come questo conducono alla scoperta di se stessi con l’audacia del poeta e la forza del pittore. Dall’alto, sopra le nuvole, Haruf ci osserva, consapevole della sua inimitabile visione delle cose. Che – in fondo – è unica nella sua pura semplicità. Quanta bellezza in una bolla di sapone. Quanto dolore in un libro così piccolo. La naturale conclusione è il miglior finale ad una storia assolutamente vera. Genuina nella sua spregiudicata durezza. 

Cosa fareste? Dove andreste? Chi chiamereste?

Magari Haruf si è posto le stesse domande. Come Addie quando ha chiamato Louis. Che poi non lo sappiamo cosa pensano davvero. Non sappiamo nulla, se non quello che Louis e Addie raccontano di notte. Holt è una bolla di sapone. E questo libro è per chi ancora non c’è stato.

Holt è sospesa, tra i sogni di un bambino e la paura di un tradimento. La vita è delegata al dialogo. I gesti sono la rappresentazione del “non detto”. Così caro agli scrittori che si servono di poche parole. Dì qualcosa, prima di andare.

Su tutte, mi piace ricordare questa. Haruf coglie e distoglie. Con l’imprevedibile estro dell’artista. Che – prima di tutto – accetta di essere un uomo. E tutto il resto. Come “Le nostre anime di notte”.

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