Le maschere e i riti del Carnevale friulano

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Quella del Carnevale è la ricorrenza più dirompente dell’anno. E’ il momento successivo all’Epifania quando le giornate iniziano a essere più luminose e le comunità rurali ringraziano il sole con i fuochi. È il momento in cui è necessario trarre auspici per l’annata agraria invocando il buon raccolto. È il momento in cui nella storia i riti pagani si sovrappongono a quelli cristiani.

Il Carnevale è la festività dei travestimenti. Le norme sociali vengono abbandonate per lasciare spazio allo scherno, alla fuga dalla quotidianità e alla negazione di qualsiasi convenzione. Tutto ciò si traduce e si consolida nella sua icona, la maschera, attraverso la quale sono raccontati con comicità e ironia i soprusi dei Signori ed eliminato il divario sociale tra principe e contadino, tra nobile e popolano.

La particolarità del Friuli, rispetto alle altre regioni italiane, sono i carnevali e maschere caratteristici dei borghi montani delle Alpi e Prealpi carniche. Un gruppo fra tutte sono i Blumari, nell’Alta Val-Natisone a pochi passi dalla Slovenia. Giovani, maschi e celibi, vestiti di abiti bianchi, campanacci e alti cappelli intrecciati percorrono fino al tramonto del sole un tragitto sulla neve e sul ghiaccio a scopo propiziatorio. Il tratto si snoda tra le frazioni di Paceida e Montefosca e viene ripetuto tante volte quante sono le maschere dei partecipanti.

A Timau, una frazione di Paluzza (Udine) vi sono invece gli Jutalan e i Maschkar, idiomi tedeschi che si sono mescolati a gesti e versi suggestivi delle città confinanti con l’altopiano carnico. Sono due figure dallo spirito e sembianze molto diverse. Gli Jutalan vestono un cappello con velo che nasconde completamente il volto di chi lo indossa, camicia, gonna e calze bianche abbinati ai tipici ‘scarpets’. Danzano per le strade della città accompagnati dal suono della fisarmonica. Portano ai fianchi nastrini colorati che danno un effetto suggestivo e variopinto alle loro ritmate movenze. I Der Maschkar sono figure che hanno il volto e le mani ricoperte di fuliggine. Indossano camicie a quadri, pantaloni di velluto fino al ginocchio e grossi calzettoni di lana. Si riconoscono da lontano per via degli zoccoli pesanti che rintoccano sordamente sulle strade e per i campanacci legati con corde da fieno sulla schiena di cui risuona l’eco in tutta la vallata. Al loro passaggio è soddisfatto anche l’olfatto: queste figure selvagge vagano per la città recando al collo e alla vita pezzi di pancetta e salumi che mordicchiano di tanto in tanto durante il loro cammino.

All’interno del Parco Naturale delle Prealpi Giulie vive una comunità di antiche origini slave che ha mantenuto intatte nei secoli lingua, cultura, tradizioni. Ha nel Carnevale, denominato ‘Pust’ in resiano, uno dei momenti più significativi dell’anno. Le maschere tradizionali ricalcano la duplicità riconosciuta in molti villaggi alpini del Friuli: sono le te lipe bile maškire, le belle maschere bianche composte di nastrini variopinti e i babaci o kukaci, le maschere brutte. Caratteristica di questi paesi è la resiana, una danza eseguita al suono della citira e della bunkula, due strumenti a corde antichissimi.

Fra i monti di Sauris, il comune più alto del Friuli Venezia-Giulia, sono invece riconoscibili il Rolar e il Kheirar accompagnati da un corteo di maschere brutte, Schentana schemblin e belle, Scheana schemblin. Il Rolar è distinguibile perché porta con sé una scopa e gironzola per la città invitando i cittadini alla sfilata; il Kheirar è invece il re della festività carnevalesca: veste una maschera di legno e invita nelle case e nei locali pubblici coppie di danzatori che eseguono balli antichi al suono della fisarmonica. Al tramontar del sole, il corteo entra nel bosco per raggiungere un grande falò propiziatorio in mezzo alla radura.

Scendendo verso il mare per raggiungere la città di Monfalcone, ritroviamo una maschera di città emblema di quel suddetto scambio di ruoli che caratterizza questa ricorrenza. Sior Anzoleto Postier è l’anima del carnevale monfalconese. Veste un’elegante giacca nera completa di guanti e fiore bianchi. La barba e le lunghe basette nere lo fanno assomigliare ai banchieri inglesi tutti carte e conti nel pieno della Seconda Rivoluzione Industriale. La parlata dialettale e i goffi movimenti che lo caratterizzano lo restituiscono tuttavia alla sua natura caricaturale e all’ambiente goliardico. Amante del vino, Sior Anzoleto pronuncia discorsi con tono sarcastico pur mantenendo le sembianze di un signorotto oltremanica munito di cappello a cilindro e bombetta inglese.

Infine, comune a tutto il Friuli è la figura del Pust, così chiamato col locale dialetto del Friuli nord-orientale. Vestito con pantaloni e giacca di fustagno, foulard e cappello in foglie di pannocchia, durante la Vigilia dell’Epifania viene trascinato con le catene ancora addosso per le vie della città e liberato davanti al fuoco epifanico.

Quella del Carnevale è una tradizione antichissima che ha origini nella festa dei Saturnali, la consueta e sfrenata ricorrenza romana dedicata al solstizio d’inverno. È possibile, difatti, riconoscere nel personaggio del Carnevale il continuatore del re dei Saturnali. Come il Carnevale, il dio Saturno veniva immolato con un rito di propiziazione della fertilità e dell’abbondanza atto a allontanare il male e invocante il buon raccolto.

Un proverbio udinese del XVI secolo dedicato agli ultimi giorni di questa ricorrenza, i pochi rimasti prima della Quaresima e in preparazione alla Pasqua, racchiude l’essenza di questa eccentrica festa: Lu prin di d’inseri è San Pas, lu sejont San Creper, e lu tiarz San Sclop e significa Il primo giorno (di fine Carnevale) è San Pas (da pascere), il secondo giorno è San Crep (da crepare), il terzo è San Sclop (da scoppiare). Buon Carnevale!

 

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