La storia sulla pelle, in ricordo di Bruno Tavoso: un lungo e tormentoso viaggio verso il campo di prigionia

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A pochi giorni dal Giorno della memoria è mancato Bruno Tavoso, Cavaliere al Merito della Repubblica, Presidente onorario della Sezione Portogruarese dell’A.N.M.I.G., l’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di guerra, per la quale ha sempre profuso il suo impegno, coprendo gratuitamente per ventun anni la doppia carica di segretario locale e economo, e per un anno, nel 2011, la presidenza. In suo onore l’assemblea dei soci dell’ottobre 2012 lo nomina presidente ad honorem della Sezione di Portogruaro, tributandogli il riconoscimento per essere stato sempre presente all’interno dell’associazione e per aver saputo individuare le figure più adatte, che lo potessero affiancare, come collaboratori, nel mantenere viva la Sezione Portogruarese nel post-moderno XXI secolo.

Cosa ha fatto per Portogruaro lo si è accennato solo in minima parte; è meglio ricordare chi fosse, per capire cosa ha vissuto nell’arco della sua longeva vita, iniziata a Portogruaro nel lontano 1923 e segnata, come tante persone a quell’epoca, dalla povertà. Primo di sette fratelli ricopre la carica paterna del pater familias, quando la madre è occupata nel lavoro di lavandaia, prendendosi cura dei più piccoli e della casa. Dopo aver conseguito la licenza elementare continua con impegno la sua formazione, affiancando la frequenza dei corsi serali di Avviamento con lezioni per la sua passione, il disegno. Nel frattempo inizia a lavorare, in un primo momento accanto al padre ferroviere, fedele all’ideale politico socialista e per questo vittima di violenze fisiche e denigrazione lavorative, per poi maturare altre esperienze professionali sino all’arruolamento, come marinaio, nel Battaglione San Marco stanziato a Venezia.

Da Venezia viene inviato a Pola, dove l’8 settembre 1943 viene catturato dalle truppe tedesche e imbarcato nella motonave “Lucania” con destinazione la Giudecca. Da qui inizia un viaggio di pene e afflizioni, che Bruno ha raccontato in più circostanze a parenti ed amici. Assieme ai suoi commilitoni viene caricato su un vagone merci diretto in Germania, dove «è incominciato il lungo e tormentoso viaggio verso il campo di prigionia».

Giunto in Germania viene internato in diversi campi di lavoro, il primo dei quali è “Antengrabow” chiamato anche “Stalag XI A”, uno zuccherificio, dove «ci si arrangiava con zucchero melasso, barbabietole cotte sotto le ceneri dei forni e così si tirava avanti. Soltanto i nostri aguzzini finito il lavoro non ci lasciavano riposare bensì ci facevano fare ginnastica nel fango oppure sotto la pioggia fino a quando piaceva loro”.

Terminata la campagna delle barbietole viene spostato in una fabbrica di aerei sotto le angherie delle SS. Bruno li racconta così:

«Allora ci facevano alzare sempre al mattino alle ore 5, poi ci inquadravano per fare ginnastica nel mezzo del campo con qualsiasi tempo, d’inverno con neve, pioggia o fango e senza indumenti pesanti (cioè il pastrano), e zoccoli aperti con le pezze da piedi tutte bagnate dal giorno prima … Dopo 12 ore di lavoro forzato rientravamo al campo, ci davano la solita brodaglia che dentro c’era di tutto, ma con la fame che avevi non guardavi quello che mettevi in bocca.»

Dopo 14 mesi Bruno si ammala e viene di nuovo spostato al campo “Stalag XI A”, quest’ultimo «non era più un campo di smistamento, ma bensì un campo di morte».  E mentre le truppe alleate avanzavano fu di nuovo ritrasferito nell’ottobre 1944:

«le SS in fretta e furia ci trasferirono nel campo di sterminio di Bergen Belsen per eliminarci, perché eravamo delle larve viventi. Qui siamo rimasti tre mesi e ne abbiamo viste di tutti i colori. Bambini ebrei sottratti alle loro mamme, separati uni dagli altri venivano caricati nei camion e portati a destinazione senza ritorno, cioè nei forni crematori. Le donne venivano rasate a zero dei loro capelli, spogliate nude in mezzo al campo con vento, neve, freddo, davano loro una coperta e poi con il camion partivano anche loro per destinazione ignota senza ritorno (forni). Tornavano indietro solo coperte che servivano per un altro viaggio e noi eravamo sempre in attesa del nostro turno.»

«Noi eravamo destinati alla eliminazione essendo gli italiani calcolati non prigionieri di guerra, bensì internati senza protezione della Croce Rossa Internazionale». In tanta desolazione avrà pensato più volte «questa è la fine!».  Ma nel 1945 viene finalmente liberato dalle truppe sovietiche, «il 15 gennaio 1945 a mezzanotte, sotto una bufera di neve, ci hanno portato fuori dal campo», e tenuto in custodia nel primo campo, quel famoso “Stalag XI A”, sino al 3 giugno 1945 sotto il vigile comandante russo generale Zuccov.

Di lì a poco fa ritorno a casa, ritrovando i suoi affetti famigliari con un auspicio «Papà adesso sono tra le tue braccia come da piccolo, sperando di non separarci più a causa di un altro flagello, cioè la guerra». Immediatamente dopo, nel 1946, gli viene riconosciuta l’invalidità per cause di guerra con diritto alla pensione a vita di quinta categoria. Ma, come tanti lavoratori precari, si è dovuto adattare a diversi lavori saltuari, sino all’ultimo lavoro, come bidello, ricoperto sino al 1988 presso la Scuola Media “Pascoli” nel centro di Portogruaro, dove ha conosciuto diverse generazioni di studenti, che riservano ancora vivido il ricordo di un uomo profondo, comprensivo e faceto.

Lo stesso uomo che ho conosciuto assieme alla moglie Rina Fagotto, e con cui ho chiacchierato amichevolmente, condividendo le sue gioie e dolori in un racconto, uno di quei racconti che si conserva nella memoria come un oggetto prezioso che non ha prezzo.

 

Letture consigliate:

I presidenti della Sezione A.N.M.I.G. di Portogruaro in I NOSTRI SOCI CON NOI gli oltre 90 anni di vita della Sezione A.N.M.I.G. di Portogruaro attraverso i fascicoli personali del suo archivio storico a cura di Laura Pavan, Natale Zannin, Concordia Sagittaria (Ve), Tipografia Sagittaria snc, 2013.

La I testimonianza è tratta da A mio nipote di Tavoso Bruno in LA FORZA DELLA SPERANZA TESTIMONIANZE DI SPERANZA, a cura di Viviana Dobosz, Ivana Flaborea, Francesca Turrin, Pasian di Prato (Ud), Campanotto Editore, 2009.

La II testimonianza è tratta dall’ incontro con il coro degli Alpini dell’Associazione di Portogruaro e i ragazzi della scuola secondaria di primo grado “D. Bertolini”, Portogruaro 16 maggio 2009.

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