“La gran furbata è che a una persona non puoi salvare la vita una volta sola. La gente si sente in dovere di salvarmi in continuazione. E’ come nella vita reale, nessuno vive per sempre felice e contento. […] Questa gente paga il proprio eroismo a rate.”

Rimanere assolutamente indifferenti davanti ai romanzi di Palahniuk è impresa ardua. Esageratamente provocatori e impietosi nel dipingere un’umanità grottescamente trasfigurata (in tutti suoi aspetti), colpiscono il lettore con violenza e mirano a disgustarlo, nausearlo, trascinarlo in riflessioni e considerazioni al limite del patologico, metterlo con le spalle al muro e costringerlo a guardare la follia, dipinta a colori vivaci e dai contrasti fastidiosamente stridenti. Che li si odi o li si ami, l’elemento straordinario (e apparentemente inspiegabile), in questi lavori, è che a innescare una qualunque reazione, sia positiva che negativa, è sempre un elemento di disturbo, una frase fuori posto, un’istantanea vagamente destabilizzante, un’intromissione indesiderata, uno schiaffo alla normalità; l’eroe di Palahniuk, costruito sulla base alquanto versatile dell’uomo medio da ventunesimo secolo, trova forse la sua rappresentazione più matura proprio in Soffocare: Victor Mancini, giovane studente di medicina, cinico al limite del ridicolo e assolutamente privo di scrupoli, è esattamente il volto ideale per approcciare la complessità di altri romanzi.

Cresciuto tra una famiglia adottiva e l’altra (con sporadici interventi della madre biologica, sempre pronta a riprenderselo con stratagemmi alquanto improbabili), il giovane Victor studia medicina senza particolare successo, è (tra le tante altre cose) sessodipendente e ha architettato uno stratagemma per pagare le spese mediche della madre, ricoverata in una casa di riposo: ogni sera sceglie un ristorante diverso e, fingendo di soffocare per del cibo andato di traverso, aspetta che qualche aspirante eroe venga a salvarlo. Puntualmente, all’anniversario dell’evento, ognuno di questi indispensabili salvatori (tutti irrimediabilmente convinti di essere gli unici) gli invia una cartolina di saluto e un assegno, più o meno consistente, per non perdere il posto che crede di aver conquistato nella sua vita. Con ironia caustica e pungenti riflessioni sulla vita, la morte, l’infanzia, la sessualità e persino la religione, la voce di Victor ci guida in una follia che, ben lungi dall’essere quella circoscritta e misurabile di un personaggio fittizio, esce dalle pagine e assume il volto quasi umano della pazzia concreta, tangibile, pericolosamente reale, che riesce quasi a trascinarci nella corrente.

Con l’atteggiamento incurante e derisorio del nichilista, Palahniuk è uno scrittore di potenza narrativa sorprendente, che si insinua nella mente del lettore e ne modifica tutta la struttura fondamentale, lasciando un’eredità indelebile. Recensito da migliaia di lettori osannanti, pronti a considerarlo un vero genio visionario, e criticato impietosamente da altrettanti scettici, è una delle figure più discusse del panorama letterario moderno, sempre in bilico tra sanità e follia (viene quasi da chiedersi a cosa pensi quando non scrive).

Assolutamente imperdibile.

 

Chuck Palahniuk, Soffocare – 2002, Mondadori – 265 pagine

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